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venerdì 30 maggio 2008

INTERVISTA A LEONARDO GORI

LE ULTIME PUBBLICAZIONI:MUSICA NERA E BLOODY MARY


· Parliamo di “Bloody Mary”, appena uscito con Edizioni Ambiente. Un piccolo libro frutto di una collaborazione con Marco Vichi che ha per oggetto tematiche forti che sempre più spesso occupano le prime pagine dei giornali: l’immigrazione clandestina, lo sfruttamento degli esseri umani, la violenza alla terra, la malavita organizzata. Ci puoi parlare del progetto in cui questa casa editrice vi ha coinvolto?

E’ stata una sfida che mi ha proposto Marco e che io ho accolto con passione e curiosità: in un pomeriggio abbiamo ideato la storia, poi mi sono lasciato trasportare da un linguaggio e da personaggi per me del tutto nuovi. Tu sai che scrivo romanzi che si ambientano almeno trenta o quaranta anni fa, per non parlare dei thriller medievali: è stato perciò come varcare una frontiera che ancora non avevo affrontato. La sfida è andata bene, sono riuscito a padroneggiare la scrittura della storia e alla fine sono rimasto soddisfatto, tanto che mi è tornata la voglia (antica e mai sopita) di scrivere un romanzo nero contemporaneo.

· La storia narra le vicende alternate di due giovani, un polacco che viene da clandestino in Italia e finisce a raccogliere pomodori nel sud e una ragazza nigeriana, violentata e venduta dallo zio, rapita e portata in Italia per alimentare il mercato della prostituzione. Quale dei due personaggi è la tua creatura?

E’ Aleya, la prostituta. La vicenda raccontata è durissima, certi episodi raccontati sono assimilabili a quello che avveniva nei campi di concentramento nazisti. Il nostro obiettivo, mio e di Marco, era di scrivere di certi temi drammatici, di contribuire nel nostro piccolo a non lasciare che l’abitudine, l’assuefazione alle tragedie dei nostri anni sfoci nell’indifferenza e nell’oblio. Al progetto hanno aderito molti altri colleghi scrittori, giovani e meno giovani fra cui Loriano Machiavelli, Sandrone Dazieri, Giacarlo De Cataldo. Wu Ming, Simona Vinci, Piero Calaprico.

· Parliano ora di “Musica nera”, il tuo ultimo romanzo della serie che ha per protagonista il capitano Arcieri. La scelta del titolo è emblematica. Si parla di jazz e la vicenda è suddivisa in Tempi, e a ogni Tempo corrisponde una grande canzone jazz. In più, uno dei protagonisti è un vecchio trombettista famoso negli anni’30.
Perché questa scelta?

È difficile dire perché si sceglie un tema, o un personaggio, o uno stato d’animo, quando si affronta la scrittura di un romanzo: quasi sempre c’è un’idea “forte” che si impone da sola, fra i tanti spunti che la vita e la memoria ci propongono ogni giorno. A quel punto si cerca di assecondare la storia che prende forma, rendendola compatibile con una trama logica, ma lasciando che il fiume, per così dire, ci trasporti nella sua corrente. Stavolta è stato proprio il jazz, uno dei miei grandi amori, a prendermi per mano: volevo vedere fino a che punto potevo conciliare una vicenda thriller, al limite dello spionaggio, con il ritmo sincopato (e con l’improvvisazione!) del jazz. Non so se l’esperimento è riuscito, ma in “Musica nera” batte sicuramente il mio cuore, al tempo di uno standard di Duke Ellington…

· “Musica nera” è l’avventura versiliese del colonnello Bruno Arcieri, pensionato ultrasessantenne ma sempre molto attivo. La storia inizia con la morte di un ex ammiraglio in pensione, sulla quale Arcieri ha qualche dubbio e con il mistero di alcune donne vestite di nero che guardano immobili verso il mare. L’indagine riporta il protagonista ai tragici eventi del 43/44. Perché la scelta di tornare anche in questa avventura di Arcieri agli anni della guerra, scenario di molti tuoi romanzi?

Nei miei romanzi ci sono sempre due piani di narrazione: il passato in cui si svolge la vicenda narrata e il passato remoto del mio personaggio, Bruno Arcieri: il “nocciolo” di questo altrove temporale è sempre il giro di anni fra Fascismo e Seconda Guerra Mondiale. “Musica nera”, ambientato nella Versilia nel 1967, è un po’ il seguito de “L’angelo del fango”: anche quel romanzo, che si svolgeva durante l’Alluvione del ’66, affondava le sue radici nelle vicende di Salò.
Qui, in più, ho voluto affrontare il tema della vecchiaia: quella del mio personaggio e di tutti quelli che gli stanno intorno. Tutto riporta a un passato condiviso: la musica, il vecchio trombettista, le donne in nero sul pontile. La storia principale si intreccia a molte altre i cui fili ci riconducono ai tragici fatti che seguirono l’armistizio.

· In tutti i tuoi libri c’è una ricostruzione d’ambiente “viscontiana”, meticolosa in ogni minimo particolare: dall’arredamento all’abbigliamento, alle attrezzature per immersione, alle barche per non parlare della musica, vera e propria colonna sonora del romanzo.
Come ti documenti su tutti gli aspetti della vita di quel periodo?

La ricostruzione degli aspetti della vita di un preciso momento storico serve in prima battuta a me per immergermi in quegli anni e, di conseguenza, nelle vicende che narro. Devo essere coinvolto in pieno, “sentire” la storia come se la vivessi in prima persona. Per quanto riguarda la documentazione, io sono un grande collezionista di tutto quello che fu stampato degli anni 30/40: ho cominciato con i fumetti e poi ho continuato con le riviste dell’epoca. Le mie raccolte sono una grande fonte di informazioni e spunti da cui parto quando inizio un romanzo.

· Cosa hai in cantiere attualmente?

Un nuovo romanzo storico ambientato nella Firenze cinquecentesca che è un po’, ma solo un po’, la continuazione de “Le ossa di Dio”. Ma su questo non posso dire assolutamente altro.

Susanna Daniele

giovedì 29 maggio 2008

INTERVISTA A EMILIANO GUCCI

D - Emiliano, con “Un’inquilina particolare” sei al tuo terzo romanzo, dopo Donne e topi e Sto da cani. Qual è il filo conduttore fra i tre romanzi, se ce n’è uno?

R – È l’approccio alla storia, qualsiasi essa sia, è il tentativo di mettermi in gioco incontrando contesti, ambienti e personaggi molto diversi tra loro, cercando di rispettarli, dargli voce, farli muovere secondo il loro carattere e le loro intenzioni. Dare voce a loro, ecco il punto, piuttosto che a me. Se c’è un filo conduttore tra i miei romanzi, ma anche i miei racconti, potrei dire che è l’idea che ho di questo mestiere, il tentativo di farlo in maniera onesta e franca, leale, senza trucchi. Raccontare storie che mi emozionano, con la speranza di emozionare.

D - Torniamo a Un’inquilina particolare. Non appartiene al genere del thriller o noir, almeno fino ad oltre la metà della storia. Se ti chiedessi una definizione?

R – Non mi preoccupo di definire, etichettare quello che scrivo, e neppure quello che leggo. Non mi interessa. Credo che spesso il genere possa diventare un vincolo, una limitazione, e non vedo perché dovrei lasciarmi inibire da una definizione. Credo che esistano primariamente libri belli e libri brutti, e basta, e anche in questa valutazione i criteri sono soggettivi. Simenon è uno dei più grandi autori del novecento, a prescindere dal colore dei suoi romanzi; in base a certi canoni “Delitto e castigo” sarebbe un giallo e Kafka scriverebbe horror, giusto per non scomodare i greci. Lasciamo perdere. Quando scrivo mi sento libero, se non altro in questo senso, e mi diverto ad attraversare i generi e i colori, smarrendone i confini.


D - Da quale idea sei partito per dar vita a questa storia che mette insieme personaggi tanto diversi?

R – Giusto da questa intenzione, quella di far convivere tra le stesse mura due persone che almeno in apparenza sono così lontane, così diverse. Volevo capire come avrebbero reagito, quello che avrebbero combinato. Giovanni è un ometto tranquillo, un impiegato di provincia abitudinario, con la sola ambizione di arrivare alla prossima domenica per guardare la partita in TV; Lù è una transessuale grande e grossa, forzuta e impulsiva, con un passato molto duro, faticoso, sofferto, fatto di illegalità, prostituzione, galera eccetera. Volevo capire se in fondo non avessero anche loro qualcosa da dirsi, spartirsi, condividere. Ne esco soddisfatto. Grazie al cielo gli esseri umani sono sempre pronti a stupirci, anche se spesso lo fanno in senso negativo.

D - All’inizio hai inserito una citazione di Luciano Bianciardi: è uno dei tuoi punti di riferimento?

R – Mi piace molto il suo lavoro, è una continua scoperta, mi incuriosisce la sua testa, il suo approccio al mondo, la sua rabbia, la sua modernità, la sua lucidità. Per usare un’espressione logora ma mai tanto appropriata: era un uomo in vantaggio sui tempi. Ai fini letterari, a livello di romanzi compiuti, forse l’unico veramente riuscito è “La vita agra”. Nessun altro libro ha quella forza, quella compiutezza. Eppure in un sacco di pensieri suoi, bozze, racconti, in certe lettere agli amici, in certi articoli di giornale, trova comunque l’occasione per piazzare una zampata che squarcia il buio, e illumina. E poi è sempre fuori posto, fuori passo, incazzato, rancoroso, e mai inquadrabile, addomesticabile, mai vendibile fino in fondo. Per me è incoraggiante, adesso, come lo è stato Bukowski quando avevo vent’anni.

D - Vorrei che parlassi delle struttura “contrappuntistica” che hai scelto per questo romanzo: metà della storia è raccontata da Giovanni, l’altra metà da Lù.

R – Prometto che è venuta da sé, scrivendo. A un certo punto ho sentito che la macchina da presa doveva saltare sull’altra spalla, raccontare le faccende attraverso gli occhi di Lù, i suoi pensieri, il suo approccio. Se nella prima parte del libro era stata lei “ospite” di un mondo altrui, degli spazi e delle dinamiche della realtà di Giovanni, nella seconda parte è lui che accetta di farsi trascinare in un altro mondo, a ritroso, nel passato e nelle beghe che stanno compromettendo il futuro di Lù.

D - Nella trama affronti fenomeni della società contemporanea che sono sotto gli occhi di tutti anche se a volte preferiamo ignorarli: la prostituzione e i trans, il precariato, la piccola criminalità e quella dei colletti bianchi. I tuoi romanzi nascono dall’osservazione della realtà?

R – Anche da questo, sicuramente. Spesso è guardandomi intorno che aggancio un’idea, una situazione, un personaggio che poi voglio scoprire e portare avanti, mettendolo su carta. Non ho nessuna intenzione di fare letteratura di denuncia, indagando sulle torbe faccende che ci accadono intorno, ma succede che i miei personaggi ci mettano il naso e tentino di accompagnarci dentro, per farci osservare con i nostri occhi. A volte è utile, specie per accendere una piccola luce su certe realtà tanto vicine e tanto degradanti e forse anche per questo emarginate, ignorate, nel tentativo di rimuoverle.

D - Musica e letteratura: una domanda per te che hai fatto parte di una band musicale. Cerchi un ritmo anche nelle pagine che scrivi?

R – Lo trovo, leggendo altri autori, lo sento nella frase e nella pagina intera, e poi nell’opera, se è fortunata e sa tenere fino alla fine. Ci provo e a tratti ho la sensazione di sentirlo anche quando scrivo, ed è veramente un piacere, così quando non nasce da sé tento di recuperarlo e imbastirlo con le stesure successive, perché so quanto aiuti la lettura, quando sia fondamentale per divertirsi e divorarsi un libro tutto d’un fiato. A volte sembra che il ritmo sia frutto di regole e passaggi ben precisi, altre volte somiglia più a una magia. Come certe canzoni che ti stregano, appunto, senza neanche darti gli elementi razionali per farti capire perché.

D - E’ appena uscito Family Day per Sperling & Kupfer, un’antologia di dodici racconti sul tema dei crimini in famiglia. Il tuo racconto, Il piatto degli altri, inizia con una storia di tradimento apparentemente banale, per poi tingersi di nero con un crescendo di drammaticità mista a terrore fino a una conclusione di un “rosa onirico”. Perché questi cambi di tonalità, se vogliamo usare una metafora musicale?

R – Perché la vita è così, per fortuna e sfortuna nostra, cambia di colore all’improvviso, e molto frequentemente, senza annunciarci prima in quale “genere” di faccende ci risveglieremo l’indomani. Questa mia storia è piena di piccoli mostri che vivono molto vicino a noi, talvolta anche dentro di noi, e vuole raccontarli, senza fare sconti. È insopportabile voltare sempre lo sguardo altrove quando la scena ci disgusta, o ci fa sentire peggiori. Preferisco affrontare la realtà per quello che è.

Susanna Daniele

lunedì 19 maggio 2008

Le avventure di Lufock Holmes di Pierre Cami

INDAGINE DEDUTTIVA? CHE RIDERE!

Per chi si occupa di gialli, soprattutto come accanito lettore, è un vero spasso scoprire autori che sul giallo hanno costruito parodie divertentissime.
Per una fortunata congiuntura astrale, a Maggio Libri di Sesto Fiorentino ho incontrato Luca Scarlini che presentava Costantinopoli di De Amicis. Presentazione colta e divertentissima, ma anche ironica e sbeffeggiante nello stile di Scarlini.
In quell’occasione Luca mi ha dato un suggerimento prezioso di cui gli sono davvero riconoscente e che trasmetto agli appassionati dei gialli e ai lettori curiosi in genere. Mi ha parlato di un autore francese, Pierre Cami, e di un suo piccolissimo libro, edito tanti anni fa da Sellerio con la nota biografica di Roberto Pirani, grande storico della letteratura gialla tout court.
Si tratta de “Le avventure di Lufock Holmes”.
Fondamentale sapere che loufoque, trasformato dall’autore in Lufock, in francese significa strambo, svitato. Evidente si tratta della parodia del famoso detective inglese e del suo metodo deduttivo. Si tratta di una raccolta di quattordici pièce teatrali di non più di tre atti brevissimi ciascuna, nelle quali vengono messe alla berlina sia le capacità investigative di Lufock che quelle della polizia “ufficiale”.
Nell’avventura “La mano rossa sul muro bianco” c’è un Capo della Sicurezza Relativa che in chiusura esclama “Ah! Maestro, voi siete l’imperatore dei detectives! e un Corso dai Capelli lisci, di rimando, grida “Viva l’imperatore!”
Al di là dell’indiscussa godibilità del testo per la comicità delle situazioni, ad un’analisi un po’ più approfondita ci si trova il sovvertimento dell’ordine costituito, tanto caro ai giallista anglosassoni dell’epoca vittoriana e ai loro prodromi mediante la follia o, quanto meno, il pensiero divergente. I personaggi sono delle silhouettes, ombre cinesi, senza caratterizzazione psicologica e ambientale.
“Il personaggio di Conan Doyle,…ricorre tanto spesso nelle “fantasie” di Cami, da divenire in certo senso emblematico, proprio perché la razionalità presuntuosamente oggettiva dell’inglese costituisce un complementare ed irresistibile stimolo alla logica folle, che regge il suo universo. Cami è una “forza”. E’ un torrente, che piomba a cascata dalle altezze vertiginose dell’assurdo, si frange e si sparpaglia nei mille mulinelli degli intrighi più strampalati, virgola rapidissimo nelle gole dell’incongruo e del nonsense, per poi sfociare, libero dalle restrizioni dell’ovvio e del “buon senso”, nel grande mare compensatore del riso, che tutto esorcizza.(dalla Nota biografica di Roberto Pirani).
Susanna Daniele

giovedì 15 maggio 2008

Giallo Mediterraneo



PUGLIA

a cura di Cristina Bianchi

Gianrico Carofiglio (Bari, 30 maggio 1961) è magistrato dal 1986, ha lavorato come pretore a Prato, pubblico ministero a Foggia e in seguito ha svolto le funzioni di Sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia di Bari. Recentemente è stato designato consulente della Commissione bicamerale Antimafia.

Produzione narrativa

SERIE CON PROTAGONISTA L’AVVOCATO GUIDO GUERRIERI

Testimone inconsapevole
(Sellerio, 2002): X Premio del Giovedì "Marisa Rusconi", Premio Rhegium Iulii e Premio Città di Cuneo (tutti riservati alle opere prime). Infine, Premio Città di Chiavari.

Ad occhi chiusi (Sellerio, 2003): premio Lido di Camaiore e premio delle Biblioteche di Roma. Nel 2007 viene eletto in Germania, da una giuria di librai e giornalisti: "il miglior noir internazionale dell'anno".

Ragionevoli dubbi (Sellerio, 2006): terzo legal thriller che vede ancora al centro della storia l’avvocato Guerrieri.

Tra il dicembre 2007 e gennaio 2008 sono andati in onda su Canale 5 due film TV tratti dai primi due libri. Con la produzione della Palomar di Carlo Degli Esposti, gli episodi sono stati sceneggiati dall'autore insieme a Domenico Starnone e Francesco Piccolo ed avevano come protagonisti Emilio Solfrizzi e Chiara Muti, per la regia di Alberto Sironi.

Caratteristiche dello scrittore

Carofiglio non usa mai il dialetto, tranne una breve sequenza nel primo romanzo.
Tutte le vicende sono ambientate a Bari: il paesaggio gioca un ruolo minore rispetto all’ambiente sociale in cui si muovono i personaggi, il cui profilo viene tracciato sia fisicamente che psicologicamente.
L’avvocato Guido Guerrieri, quarantenne, ama la buona cucina, il buon bere, la buona musica. Quando entra in una casa cerca immediatamente di individuare la libreria, se c’è e cosa contiene.
La separazione dalla moglie Sara gli ha lasciato in eredità crisi di panico, insonnia, depressione. Ne uscirà con fatica grazie all’incontro con la sua nuova coinquilina, Margherita.
Come in Montalban, Gimenez-Bartlett, Camilleri, Izzo, ecc. un personaggio dal carattere non facile, con una vita sentimentale non particolarmente tranquilla, diviene l’eroe (o eroina) di storie che coinvolgono il lettore. Senz’altro interessanti sono le riflessioni di Guerrieri mentre prepara la difesa del suo cliente di turno, quasi sempre un caso disperato: le considerazioni, le strategie, le ipotesi, i dubbi espressi dal protagonista rendono il lettore partecipe del suo iter creativo.

ALTRE PRODUZIONI

Il controesame, dalle prassi operative al modello teorico (Giuffré, 1997)

La testimonianza dell'ufficiale e dell'agente di polizia giudiziaria, con Alessandra Susca (Giuffré, 2005)

Il passato è una terra straniera (Rizzoli, 2004): Premio Bancarella 2005.

Il regista Daniele Vicari ha ultimato le riprese de Il passato è una terra straniera con protagonista Elio Germano, l'uscita nelle sale è prevista per l'autunno 2008.
Due persone agli antipodi, Giorgio (il ragazzo “perbene”) e Francesco (baro e prestigiatore), diventano amici. Il gioco delle carte fa da sfondo a questa vicenda “picaresca” che si svolge in una Bari insospettabile.

Cacciatori nelle tenebre (Rizzoli, 2007): una graphic novel con protagonista l'ispettore Carmelo Tancredi, illustrata dai disegni del fratello dell'autore, Francesco.
Tancredi è un personaggio già incontrato nelle storie dell’avvocato Guerrieri. Si occupa di persone scomparse, specialmente bambini e ragazzi.

L’arte del dubbio (2007): saggio sull'arte del domandare e i suoi rapporti con il concetto di verità.
Con i libri finora pubblicati Carofiglio ha superato i due milioni di copie vendute. Le sue opere sono già uscite o sono in via di pubblicazione in molte lingue: francese, spagnolo, inglese, tedesco, giapponese e, fra le altre, greco, portoghese, turco, russo, polacco, olandese, brasiliano, catalano.

Carofiglio è inoltre l’esponente di spicco del legal thriller in Italia.

Qualche parola sul legal thriller…

E’ un sottogenere della letteratura gialla in cui i protagonisti principali sono avvocati e loro impiegati ed è legato al processo di tipo accusatorio, tradizionalmente presente nella società anglosassone.

Principali esponenti del genere: la paternità viene attribuita a Erle Stanley Gardner, avvocato per 22 anni che agli inizi degli anni trenta creò Perry Mason. Degni eredi sono John Grisham, Scott Turow, Lisa Scottoline, Sheldon Siegel, Richard Patterson.

Andando molto indietro nel tempo, Massimo Siviero, redattore de Il Mattino e scrittore partenopeo di noir e gialli, fa risalire l'origine del legal thriller al V secolo a. C. con Antifonte di Ramnunte, oratore ateniese che per primo rese pubblici i suoi discorsi giudiziari. Difese se stesso dall'accusa di intelligenza con il nemico nel colpo di stato dei Quattrocento: aveva cercato la pace con Sparta. Nonostante l'oratoria convincente della sua arringa, fu condannato a morte.

Nella versione "fantascientifica" del genere troviamo due titoli di riferimento: The Modular Man (1992) di Roger MacBride Allen, in cui si dibatte su quanta parte del corpo di un umano possa essere resa cibernetica prima che la persona perda i diritti civili; e Illegal Alien (1997) di Robert J. Sawyer, in cui un extraterrestre viene accusato d'omicidio e subisce un regolare processo.

Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956) è un magistrato ed attualmente ricopre la carica di giudice presso la Corte d’Assise d’Appello di Roma.

BIBLIOGRAFIA (tratta da Wikipedia)
NARRATIVA
Nero come il cuore (Interno giallo, 1989) [11].
Contessa (Liber, 1993).
Il padre e lo straniero (Manifestolibri, 1997, 2001) [12].
Teneri assassini (Einaudi, 2000).
Onora il padre (Giallo Mondadori, Speciali n. 1, 2001) [13].
Romanzo criminale (Einaudi, 2002).

SAGGISTICA
Minima criminalia: storie di carcerati e carcerieri (Manifestolibri, 1991, 2000).
Camici bianchi e impronte digitali: la medicina nella letteratura gialla con Tiziana Pomes, (Il pensiero scientifico, 1992).
Terroni (Theoria, 1995).
I giorni dell'ira: storie di matricidi con Paolo Crepet, (Feltrinelli, 1998, 2002).

ALTRI TESTI
Acido Fenico: ballata per Mimmo Carunchio camorrista (Piero Manni, 2001) (testo teatrale).
L' energia degli schiavi (Minimum Fax, 2003) traduzione con D. Abeni e cura di L. Cohen.
Troppi morti (Robin, 2003) prefazione a Mario Quattrucci.
Tesi su un omicidio (Fanucci, 2004) prefazione a Diego Paszkowski,
Il cono di luce del futuro dell'evento (Instar Libri, 2004) postfazione a G. Avellino.
Omicidi a margine di qualcosa di magico (Gangemi, 2004) introduzione a G. Saladini.

RACCONTI IN ANTOLOGIE
AA. VV., Mi riguarda, Roma, e/o, 1994.
AA.VV., Killers & Co. I racconti inediti dei migliori giallisti italiani, Milano, Sonzogno, 2003
AA. VV., Viva L’Italia, Roma, Fandango, 2004

CINEMA E TV
Collaboratore alla sceneggiatura di Nero come il cuore (film tv, Canale 5, 1991).
Collaboratore alla sceneggiatura di Avvocati (serie tv, Rai Due, 1998).
Collaboratore alla sceneggiatura di Onora il padre (miniserie tv, 2001).
Consulente alla sceneggiatura di Romanzo criminale (film, 2002).
Collaboratore alla sceneggiatura di Il giudice Borsellino (film tv, 2004).
Autore di alcuni episodi de La squadra (serie tv, Rai Tre).

ROMANZO CRIMINALE

Oltre 600 pagine in cui viene ripercorsa la storia d’Italia tra il 1977 ed il 1992: quindici anni di stragi (Italicus, Stazione di Bologna), logge massoniche (P2), servizi deviati; gli anni del rapimento Moro, dei sequestri di persona.
Anni segnati fortemente dalla commistione tra crimine organizzato e apparati istituzionali.

Il romanzo narra l’ascesa e il declino della Banda della Magliana, che da fenomeno prettamente romano divenne in quel periodo punto di contatto e riferimento della criminalità organizzata (mafia, camorra, ‘ndrangheta). Il crescente affermarsi di questa associazione a delinquere porterà i suoi componenti a conoscere ogni livello della gerarchia delinquenziale.

Solo dai nomi (e soprannomi) dei personaggi che agiscono in questa vicenda possiamo farci un’idea delle ramificazioni che la Banda della Magliana è stata capace di gestire nel periodo di suo maggior fulgore:
i capi della banda Libanese, Freddo e Dandi, la manovalanza Ranocchia, Ricotta, i fratelli Buffoni, Trentadenari, Nembo Kid, il Nercio, il Nero, i fratelli Gemito, Scrocchiazeppi, Fierolocchio,
i nemici Mario, il Sardo, il Terribile,
i nazisti Pischello, Sellerone,
i mafiosi e i camorristi Zu’ Carlo, il Maestro, Cutolo,
gli uomini dello Stato: dai magistrati onesti, ma prudenti come Borgia ai poliziotti passionali e irruenti come Scialoja, agli agenti corrotti Zeta e Pigreco, al Grande Manovratore “il Vecchio”.

L’uso dei vari dialetti parlati dai numerosi protagonisti contribuisce efficacemente all’attiva partecipazione ed al coinvolgimento anche emotivo del lettore, che viene trasportato così nello svolgersi delle vicende narrate in qualità non più di spettatore, bensì in una sorta di testimone oculare.

Con questo libro De Cataldo sa fare memoria di una storia recente, senza mai entrare nel merito, né prendere posizione, dimostrando, come fa Lucarelli con i suoi programmi televisivi, che anche la letteratura italiana può svolgere un encomiabile lavoro di denuncia, rivalutando il concetto di etica pubblica.

Gli italiani hanno la memoria corta e quindi ben vengano queste felici intuizioni letterarie quando riconsegnano ad un popolo la propria storia attraverso la testimonianza civile di un cittadino verso eventi con i quali, purtroppo, dobbiamo ancora chiudere i conti.


SICILIA
a cura di Susanna Daniele

Simonetta Agnello Hornby: una trilogia siciliana

Simonetta Agnello Hornby è nata a Palermo e vive dal 1972 a Londra dove svolge la professione di avvocato ed è presidente del Tribunale di Special Educational Needs and Disability. Il suo studio legale lavora per lo più con le comunità nera e musulmana.


La Mennulara, 2002

Un titolo inconsueto, che ci introduce subito nel dialetto siciliano. “Bellissimo titolo, La Mennulara, vale a dire la raccoglitrice di mennuli, mandorle. Il lavoro delle mennulare era duro. Una mezza dozzina di donne di tutte le età, anche adolescenti, disposte a semicerchio sotto a ogni albero a spezzarsi la schiena stando calate a raccogliere le mandorle, che venivano fatte cadere dai rami con magistrali colpi di canna, e a metterle dentro a una coffa di saggina. Stavano chinate così tutto il giorno, dall’alba al tramonto, sotto un sole che spaccava le pietre, con solo un’ora d’intervallo per un misero pasto all’ombra degli alberi”.(dalla presentazione di Andrea Camilleri)
L’ ex mennulara, poi serva adolescente in casa Alfallipe, poi occulta amministratrice del patrimonio sempre più in rovina della famiglia, poi ancora nume tutelare dell’ex padrona Adriana. Ma la Menullara è questo e molto di più, per il paese e per la stessa famiglia Alfallipe. La Mennulara nasconde molti segreti che tutto il paese di Roccacolomba vorrebbe scoprire.
Il romanzo, suddiviso in giornate e all’interno delle giornate in capitoli con il titolo, inizia il 23 settembre 1963, con il racconto della morte di Maria Rosaria Inzerillo, meglio nota come "la Mennulara". L’intera vicenda ha la durata, riferendoci al tempo del racconto, di un mese. Inizia con una morte e si conclude col trigesimo di quella morte.
Anche la struttura è originale. La narrazione si svolge contemporaneamente su due piani. Il primo è quello presente, dove vengono narrati i fatti che accadono dopo la morte della Mennulara: il secondo è al passato, nel tentativo di ricostruzione della vita della protagonista.
Si tratta di un romanzo corale nel quale i personaggi sono disegnati a tutto tondo e ognuno di essi ci racconta una parte della sua verità.
Camilleri indica fra le peculiarità di questo primo romanzo della Agnello Hornby l’uso del linguaggio. “Mi riferisco all’intervento di costruzioni e parole dialettali che maliziosamente affiorano di tratto in tratto. Sono frasi e parole non messe lì come l’uva passa su un dolce, ma costituiscono parte integrante e insostituibile di una scrittura che trova la forza, la capacità di produrre anticorpi a se stessa.”

La zia marchesa, 2004

Seconda metà dell’Ottocento nell’Agrigentino. Amalia vive con la nipote in condizioni di estrema indigenza in una delle molte grotte scavate nella pietra. Attraverso le narrazioni di Amalia, balia di Costanza in casa Safamita, si apre un affresco storico sull’ aristocrazia terriera dell’800. Il crollo del regno borbonico, la confisca dei beni ecclesiastici, il progressivo potere assunto dalla mafia nelle campagne indebolisce se non il prestigio almeno la forza dell’aristocrazia. È in tale contesto che si nasce e cresce Costanza Safamita, tanto amata e protetta dal padre quanto allontanata e abbandonata dalla madre per quei suoi capelli rossi “pilu rosso” e il suo fisico quasi "di un’altra razza". La sua nascita, come quella dei suoi fratelli, è legata a un segreto che non si può rivelare.
Anche in questo secondo romanzo è al centro la famiglia con i suoi segreti innominabili, la lotta per il possesso.
Simonetta Agnello Hornby costruisce con il suo formidabile stile a più piani narrativi la saga di una famiglia, un segmento della storia siciliana, il crollo di un mondo e l’avvento di una nuova classe sociale, scandagliato con la lente dell’ entomologa.
Non si tratta di un giallo in senso stretto, se non per il fatto che anche qui c’è un mistero inquietante che sarà rivelato alla fine, sommando tanti piccoli indizi raccontati dai personaggi, anche minori.

Boccamurata, 2007

“Nei primi due romanzi il milieu comune narrato era quello della nobiltà siciliana, due famiglie diverse l’una dall’altra, ma ugualmente in situazione di crisi. Il primo, “La Mennulara”, si poteva in qualche modo definire come “Ritratto di famiglia nobile in un interno” perché gli interni delle case e dei palazzi erano i luoghi privilegiati delle azioni e il poco esterno, il paesaggio, era accuratamente limitato se non escluso da alte mura o da finestre semichiuse. Il secondo, “La zia marchesa” si poteva definire sulla falsariga del primo, “Ritratto di famiglia nobile in un interno-esterno” perché qui il paesaggio cominciava ad occupare uno spazio narrativo assai più vasto di prima. Il terzo, cioè Boccamurata, si può riassumere senz’altro con “Ritratto di famiglia borghese in esterno”, anche se ci sono due interni fondamentali quali la torretta della villa e la camera della zia.
Anche qui, come nei precedenti, la famiglia stavolta borghese della quale si raccontano le vicende è in preda a una crisi che precede di assai poco l’inevitabile sbando.
E l’autrice è veramente maestra nel saper cogliere e restituire i piccoli o grossi movimenti di smottamento che annunziano la frana inevitabile.” (tratto dalla presentazione di Andrea Camilleri)
La scena si apre con la festa del compleanno di Tito, capofamiglia alla guida di un pastificio,
Il primo capitolo s’intitola “Il compleanno di un pater familias soddisfatto” ed ha come sottotitolo: “Pastificio e famiglia, le sue passioni!” Ma il pastificio non è soltanto fonte di ricchezza ma anche di conflitti interni, di rancori sopiti, di gelosie nascoste.
È soltanto l’autorità di Tito a tenere insieme la famiglia, a volerla unita, con il sostegno forte della presenza di una vecchia zia Rachele che ha vegliato su Tito e poi sui figli di lui e continua a intuire anche quello che le si vorrebbe tener nascosto.
Il quadretto non è quindi per niente idilliaco e l’autrice, abilmente, ci fa scorgere le crepe fra i rapporti familiari fino a farle diventare voragini.
A smuovere ulteriormente le acque torbide arriva all’improvviso Dante, coetaneo di Tito, figlio di una ex compagna di collegio della zia Rachele.
Fra i due uomini di instaura un’intesa speciale anche perché la loro ricerca è speculare: Tito non sa chi sia sua madre e Dante vuole scoprire il padre.
Alla fine Tito conoscerà l’inattesa, sconvolgente verità su sua madre, una verità mai immaginata, una straordinaria storia d’amore.
Mi piace terminare con una notazione di Camilleri sull’uso del paesaggio nel romanzo.
“E’ un fatto più unico che raro che in un romanzo d’oggi il paesaggio non sia un semplice scenario nel quale i personaggi si trovano ad agire, ma diventi una sorta di comprimario che in qualche modo viene ad interagire coi personaggi, coi loro stati d’animo.
Qualcuno fresco di studi potrebbe dire che qui viene riproposta in chiave moderna, attuale, la grande lezione in parte dimenticata sull’uso della natura nel romanticismo, non so se il richiamo sia qui applicabile, ma è certo che la cosa più felice e inventata e coinvolgente è questo continuo rapporto personaggi-paesaggio.
Come a dire che l’introspezione psicologica viene affidata visivamente, e quasi per intero, al paesaggio.
È un bell’azzardo narrativo che l’autrice vince soprattutto in virtù di una scrittura intelligentemente controllata e attenta a restare nel rigo, senza toni che, anche nei momenti più drammatici, possano avere un qualche stridore. È una scrittura asciutta, forte, che colpisce e coinvolge. E qui persino le parole e le espressioni dialettali che c’erano nei primi due romanzi si riducono a qualche aggettivo, a qualche verbo.”

Santo Piazzese

Biologo "prestato alla scrittura", come ama definirsi, è nato a Palermo nel 1948, dove vive e lavora come ricercatore alla Facoltà di Scienze. Come scrittore esordisce nel 1996, con “I delitti di via Medina-Sidonia”, pubblicato in Francia da Fleuve Noir nel 1998. Nel 1997 ha vinto il Festival del Primo Romanzo, a cura del Salone del Libro di Torino e del Festival du Premier Roman di Chambéry. Seguono “La misteriosa vita di Messieur Laurent” e “ Il soffio della valanga”. Dai primi due romanzi, con la collaborazione dell'autore, sono state tratte le sceneggiature per la produzione di film per la televisione, la cui realizzazione è in corso d'opera. E' autore di numerosi racconti, uno dei quali è stato inserito nell'antologia Portes d'Italie, dedicato agli autori italiani di noir, pubblicata da Fleuve Noir nel 2001. Collabora con il quotidiano "la Repubblica" e con numerose riviste italiane e straniere. Nel 2000 ha esordito come autore radiofonico, con un radiodocumentario in cinque puntate trasmesso dalla radio nazionale italiana (RAI), dedicato ad alcuni siti della Sicilia antica.

Una trilogia palermitana

I romanzi di Piazzese sono dei noir metropolitani ambientati nella Palermo dei nostri giorni. Nonostante l'ambientazione, non si tratta di romanzi di mafia, benché la mafia sia presente nello sfondo della scrittura, descritta quasi come una realtà "immanente" nella città. L'elemento geografico è particolarmente importante, in quanto decisamente impregnati dell'atmosfera tipica della città, di cui offrono, peraltro, uno spaccato molto interessante e lontano dai cliché siciliani solitamente esportati dal cinema e dalla letteratura. Sono romanzi in cui le percezioni sensoriali sono accuratamente descritte. Dai colori e i profumi delle vie di Palermo, dai sapori delle varie leccornie comprate per strada, dalla varietà degli aranci, dall’odore dello scirocco.

I delitti di Via Medina-Sidonia e La misteriosa vita di M. Laurent

Il protagonista delle prime due avventure di Santo Piazzese è Lorenzo La Marca, un professore di biologia dell’università che si trova ad indagare per caso ad indagare su strane morti nell’ambiente accademico palermitano . L'indagine, che si svolge a Palermo, lo porterà a conoscere la ex-ragazza della povera vittima, ad incontrare i suoi colleghi al Dipartimento di Botanica fuori dal lavoro.
Nel secondo romanzo il protagonista indaga sulla morte di un antiquario, probabilmente ucciso, nel buio di un vicolo di Palermo. La Marca, insieme a Michelle, medico legale e sua ex fidanzata, che qui ha un ruolo da protagonista, gira Palermo, fa incontri casuali e voluti con personaggi che si riveleranno coinvolti o comunque utili, coscientemente o loro malgrado, nel portare l'indagine sulla giusta via.
Di nuovo appare il commissario Spotorno, distratto però da un viaggio all'estero, e il padre di Michelle, che qui conosciamo quale uomo sensibile e dalle mille sfaccettature.
Lo stile cattura fin dalle prime pagine: è ironico e brillante ma senza strafare, i personaggi sono caratterizzati fin dalle prime righe per qualche loro peculiarità, l’uso del dialogo è magistrale. Sembrano pronti per essere trasposti in sceneggiature.
Nel terzo romanzo, invece, lo stile cambia completamente. Protagonista è qui un comprimario dei due precedenti scritti, il Commissario Spotorno, personaggio introverso e taciturno, il cui carattere impregna l'intero impianto del romanzo, dando vita ad un'opera completamente diversa dalle precedenti due, e testimoniando una grandissima forza narrativa dello scrittore. Gli episodi narrati in questo libro sono temporalmente paralleli a quelli del primo romanzo, I delitti di via Medina-Sidonia.

Il soffio della valanga

Terzo e finora ultimo romanzo dello scrittore palermitano. Il soffio della valanga vede protagonista della narrazione il commissario di polizia Vittorio Spotorno, personaggio marginale nei precedenti. Incentrato sulle indagini relative ad una catena di delitti iniziata con l'assassinio di un amico d'infanzia dello stesso commissario Piazzese costruisce un poliziesco dalla trama più tradizionale.
La vicenda è ambientata in una Palermo in cui la presenza della mafia si sente alitare alle spalle tanto da fare sembrare delitti di mafia anche quelli che non lo sono. Il ricercatore Lorenzo La Marca rimane sullo sfondo e la scena è occupata da Vittorio Spotorno, "siciliano qualunque", anonimo, dall’eloquio non brillante ma di una intelligenza pacata, mai esibita.
Il ribaltamento del personaggio dimostra la forza narrativa dello scrittore.

SARDEGNA
a cura di Vitale Mundula

GIORGIO TODDE

Bibliografia principale di Giorgio Todde

Lo stato delle anime Il Maestrale, 2001
La matta bestialità Il Maestrale, 2002
Paura e carne Il Maestrale/Frassinelli, 2003
L'occhiata letale Il Maestrale/Frassinelli, 2004
Ei Il Maestrale, 2004
E quale amor non cambia Il Maestrale/Frassinelli, 2005
Al caffé del silenzio Il Maestrale, 2007

E’ uno dei migliori scrittori sardi di “noir”
La Sardegna, credo, si inserisce a pieno titolo e con scrittori di ottima qualità nel panorama del cosiddetto “noir mediterraneo”.
E Todde, insieme a Salvatore Niffoi, Marcello Fois, Luciano Marrocu, Gianluca Floris, Flavio Soriga, Francesco Abate e Milena Agus sono i rappresentanti di una ” nouvelle vague” sarda che si sta imponendo anche a livello internazionale.

CHI E’ TODDE?

Nato a Cagliari nel 1951, oculista di professione, mi piace innanzitutto perché ambientalista convinto . Difende da anni la sua città ,Cagliari, dalla speculazione edilizia che la sta degradando. Dice Todde che il Poetto (la spiaggia cagliaritana da sempre famosa per la luminosità della sabbia) è diventato nero.
Todde è l’autore più venduto in Sardegna da qualche anno e tradotto in molti paesi Europei.

LO STATO DELLE ANIME (2001)

E’ il primo romanzo di Todde che i critici ascrivono al genere “giallo storico”.
La psicologia dei personaggi è delineata con maestria , la trama ben impostata. Il linguaggio è sincopato, asciutto come l’eloquio dei sardi. Non utilizza termini sardi ( a differenza di Niffoi) ma la costruzione sintattica, spesso, è quella della lingua sarda.

Dalla presentazione di copertina leggiamo:” Ottocento e otto anime, né una più né una meno, ad Abinei, paesino dal nome di fantasia, situato in quel cuore selvaggio della Sardegna che anche il cristianesimo ha fatto fatica a conquistare.
A mantenere l’ordine, da una parte il parroco e dall’altra la levatrice del paese. A sconvolgere gli equilibri, e non per una questione numerica, è l’assassinio di due donne. Sconvolge perché l’omicida ha dimostrato eccentricità, eleganza e ingegno in una terra avvezza ai semplici regolamenti di conti compiuti da anonimi appostati dietro una roccia.
Il medico del paese chiama in aiuto il suo compagno di studi Efisio Marini, ora medico sezionatore famoso in tutta Europa per la pietrificazione dei cadaveri. Con la sua vanità e la sua voglia di stupire indagherà fino a risolvere il caso, a costo di investirvi le sue stesse emozioni.
Marini, personaggio storico realmente vissuto nella Sardegna dell’Ottocento, rivive in questo romanzo facendo trasparire il suo rapporto contrastato con l’isola. E ci rivela l’amore-odio per quei luoghi dell’interno, un’isola nell’isola che resta immutata nel tempo, incurante dell’esistenza del resto del mondo e contemporaneamente così misteriosa e affascinante.
Ambientato al tempo degli albori della psicologia criminale, il libro richiama le teorie del sociologo Niceforo sulla correlazione fra delinquenza e fisionomica che hanno a lungo stigmatizzato le popolazioni dell’interno dell’isola.
Un noir dalle sfumature ardesia che cattura il lettore, avvolgendolo nella percezione dello statico dinamismo della realtà”

Luogo : il Paese di ABINEI (nome di fantasia)

Personaggi:

DON GIACOMO CAVILI parroco di ABINEI
DOTTOR PIERLUIGI DEHONIS, medico del paese
Dr. EFISIO MARINI, “IL PIETRIFICATORE”, detective e compagno di studi del Dr. DEHONIS
IL BANDITO LOVICU
PESCETTO, CAPITANO DEI CARABINIERI
Pastori e contadini
Il matto di Abinei
ANTONIA OZANA, Ostetrica di ABINEI
MILENA ARRAS, ricca possidente moglie di un notaio che ha avuto una figlia da un’altra donna.
La figlia adulterina del notaio, GRAZIANA BIDOTTI


TRAMA

Don Càvili, amante della numerologia, quasi un seguace di Pitagora , è convinto che il numero delle anime del suo paese debba rimanere , quasi per legge divina , immutabile. Tanti morti, tanti nati, anche per quanto riguarda le bestie. Su questo assunto si “accende” una “sfida” con l’ostetrica Ozana.
La vecchia Milena Arras , qualche giorno dopo un colloquio con don Càvili durante il quale lo informa circa la sua volontà di lasciare i suoi numerosi averi alla Chiesa ed essersi comunicata viene trovata agonizzante. Il medico Dehonis pensa ad un avvelenamento. Chiama Efisio Marini, il quale fa diagnosi di avvelenamento con acido psammico (usato per conciare le pelli) somministrato attraverso l’ostia nella comunione . Inizia ad indagare insieme al capitano Pescetto.
Anche Graziana , figlia illegittima del notaio, improvvisamente, viene trovata uccisa. Quello che preoccupa l‘investigatore sono le modalità dei due omicidi: non i“ classici” pallettoni sparati da dietro una siepe o da un albero e neanche l’uso del coltello.
Il detective Marini ci vede una regia intelligente e diversa . Indagando scopre che Graziana , nel frattempo pietrificata da Marini(se ne innamora!), aveva un amante , un deputato grasso e arrogante che viene trovato ucciso e con la mano sinistra mozzata. Efisio Marini indaga ancora .e alla fine individua l’assassino dei tre omicidi e ne informa il capitano Pescetto che nutrirà per lui grande ammirazione.
Il capitano potrà così tornare a Genova dalla sua bella e bionda fidanzata ed Efisio Marini andrà a Napoli che gli ha riconosciuto i meriti scientifici molto più della sua città natale, Cagliari.

Letture

Propongo alcuni passi del romanzo “Lo Stato delle anime” perché ritengo importante che il lettore si faccia un ‘idea nel far “parlare” l’Autore, piuttosto che il “Critico”.

L’incipit di pagina 5 rende bene l’idea della staticità/immutabilità del paese

“Ad Abinei le case di pietra sono sempre le stesse perché nulla si moltiplica o diminuisce nel paese fossile.
Lo stato delle anime della comunità colpisce per il fatto che i morti sono compensati con esattezza dai nati e per questo motivo le case sono le stesse e invariato il numero dei fuochi. Anche gli animali, come gli uomini, nascono muoiono in misura uguale. Si entra tra le anime del paese attraverso una membrana, come sempre, e se ne esce all’estremità opposta, uomini e animali, attraverso una membrana aritmetica che si richiude subito dietro chi l’ha passata.”

A pagina 22 i rapporti tra moglie e marito (la ricca Milena Arras e il notaio suo marito)

“Guardano il grande letto inutile e stanno zitti.
Milena e il marito ci avevano dormito soffrendo tutte le notti, comprendendo che le miserie del corpo si erano trasformate in punizione e rancore, e con il tempo il respiro, ogni atto, l’esistenza stessa del vicino erano diventati una pena difficile da sopportare. L’intimità coniugale. Il timore di vedersi al mattino faceva si che Milena e il notaio si svegliassero a ore diverse, scostando il più possibile le proprie giornate. Ma per lui la notte, girato dall’altra parte, quando Milena si toglieva le spille dai capelli, l rimpianto di un’altra vita diventava il dolore al petto per cui un giorno, in effetti, era morto improvvisamente per strada. Il rumore degli spilli poggiati da Milena sul comodino, i suoi capelli sciolti come un mazzo di serpenti, le preghiere che neppure bisbigliava ma che lui sentiva dal movimento delle labbra, moltiplicavano il dolore. Perciò per trent’anni aveva pensato ogni notte ai capelli di Teresa che, quando li scioglieva,galleggiavano in aria .E quando gli arrivava alle narici l’odore di Milena da sotto le lenzuola fermava il respiro. Cosi era morto prima del tempo, mentre Milena aveva continuato a respirare e a muoversi vincitrice nel letto fossile come il paese e dove la morte, oggi, ha fatto pari. Perciò quel letto è molto più duro di un sepolcro che, qualche volta, almeno, opera l’unione di una coppia”

A pagina 79 troviamo il medico del paese Dehonis sempre vestito da cacciatore mentre pensa alla sua amata…

“C ‘è una trave nella stalla di Pierluigi Dehonis dove appende la selvaggina impallinata a sgocciolare. Ha colpito una lepre matta che si fermata davanti al cavallo e poi l’ha appesa. Gli occhi della lepre lo fissano e lui è contento della caccia, non per amore del sangue di un animale cosi mite, ma perché ha un regalo per la donna di Silisei che incontra ogni due settimane, in silenzio, con una brevità ruvida ma accurata, simile a quella con la quale scuoia la lepre”.

A pagina 89 viene descritta icasticamente la rassegnazione dei poveri di fronte alla morte e alle malattie

“Nella casa di fango del pastore Gianuario Lomba, il figlio, gracile e color oliva soffre per l’intestino guasto. Il bambino subisce senza reazioni le manovre dei medici, abbandonato su un pagliericcio. Marini guarda il pavimento di terra battuta, i muri affumicati, poi le lendini che infestano i capelli neri del malato, la madre che non piange e osserva tutto zitta e incenerita”.

A pag 107 un esempio molto bello dell’eloquio sincopato e breve (tipico dei sardi) di un pastore e di un contadino interrogati dal capitano Pescetto: i proverbi (saggezza del popolo) utilizzati come mezzo di comunicazione.

“E’ la fine di giugno e il capitano Pescetto, diviso tra la caccia ai latitanti della montagna e la ricerca di nuove tracce sugli omicidi di Milena Arras e di Graziana, ha convocato Pirinconi e Caddori, i capi minerali del paese, nella caserma di Nunei, dove si svolge il colloquio tra i due campioni invecchiati di Abinei e l’ufficiale dell’arma.
-Chi fa trenta non è detto che faccia trentuno,- dice Pirinconi.
-Ma voi avete da raccontare qualcosa? La giustizia sa ascoltare, fidatevi.
- Non tutto può esser detto e inoltre ricordatevi, signor capitano, che:cosa di uno è cosa di nessuno, cosa di tre di tutto il mondo è.
Caddori non tace : - Ognuno rende conto della propria bisaccia.
- D’accordo Caddori, ma voi sapete qualcosa che la giustizia non sappia di già?
- Chi non sa tacere non sa godere.
- Chi cerca le corna d’altri trova le proprie, –risponde Pirinconi prepotente.
Un duello senile.
- La cosa cotta non ritorna cruda.
- Se ti feriscono le vacche, una ragione c’è.
- I balli di carnevale si piangono in quaresima.
- Chi male pensa peggio fa .
Pescetto non resiste :- Basta! Basta! Zitti!- Poi, ispirato chissà come, dice :- E sappiate che la giustizia acchiappa la lepre anche con il carro lento!
I due vecchi guardano il giovane ufficiale stupiti e apprezzano la conversione: -Giovane e saggio!
- Questa me la ricorderò.
Pescetto pensa d’avere trovato una breccia finalmente :-Se avete qualcosa da dire ditela qui, ora, subito!
I due sono inesorabili:- Rispettiamo i morti ma temiamo i vivi.
-Ma può accadere che anche l’erba fresca bruci.
-E allora? – chiede Pescetto cercando di mantenersi calmo.
-Allora di questi morti il paese non sa nulla, nulla.
Chi non fa domande non sente bugie.
- Non sa nulla il paese,- conferma Caddori.
L’ufficiale si abbatte sulla sedia. E quando i due sono fuori, lui, che ha una mente quadrata, dice al brigadiere:- Questi sono i saggi del villaggio. !Non ho il coraggio di immaginarmi gli altri. Non sanno niente di niente, se anche lo sapessero non me lo potrebbero dire e se potessero dirmelo non vorrebbero parlarne e se pure volessero parlarmene non sarebbero mai testimoni.”

martedì 6 maggio 2008

PROGRAMMAZIONE INCONTRI A TVL

PROGRAMMAZIONE TRASMISSIONI A TVL DELL’ASSOCIAZIONE GIALLO PISTOIA

MESE DI MAGGIO

10 MAGGIO – RICCARDO SOZZI E MASSIMO PARIGI PRESENTANO “EVVIVA NONNA CLARA”
17 MAGGIO – ANDREA NACCI PRESENTA “CRIMEN CRIMINIS”
24 MAGGIO – MORENO BURATTINI CI PARLA DI ZAGOR E DEL FUMETTO GIALLO E DI AVVENTURA
31 MAGGIO – LEONARDO GORI PRESENTA “MUSICA NERA”

La trasmissione va in onda ogni sabato alle 23 e in replica la domenica alle 15.

Giulio Leoni a Pistoia domenica 11 maggio

Domenica 11 maggio alle ore 17,30 presso la libreria Giunti al Punto in Via De’ Fabbri 26 a Pistoia presentazione del nuovo libro “La crociata delle tenebre”di Giulio Leoni a cura di Giuseppe Prevìti e Stefano Fiori dell’Associazione Giallo Pistoia

Giulio Leoni
Giulio Leoni nasce a Roma il 12 agosto 1951. Si laurea sui linguaggi della poesia visiva, poi si occupa per un breve periodo di Organizzazione aziendale.
Appassionato di illusionismo, di letteratura del Duecento, e di varie altre cose, fonda la rivista Symbola, che si occupa di poesia e di letteratura sperimentale. Collabora inoltre con Il Falcone Maltese, rivista dedicata al noir, dove cura la rubrica dedicata alla storia di questo genere.
Nel 2000 vince il Premio Tedeschi per il romanzo Dante Alighieri e i delitti della Medusa.

La crociata delle tenebre
È il 21 di ottobre del 1301. Dante Alighieri parte alla volta di Roma, per dar voce alla sua città presso la Santa Sede. L'ambasciatore Dante non si cura del proprio aspetto, non ama i segni esteriori del potere, diffida persino dei suoi compagni di delegazione. Solo, schivo, accompagnato dai suoi crucci e dalle pagine dell'amato Virgilio, il poeta giunge a Roma sotto un cielo gravido di pioggia, sulle onde di un Tevere in piena. Lo accoglie una città di monumenti in rovina e di splendide dimore, una città divisa in quartieri fortificati nei quali, dalle loro torri erette sui ruderi delle costruzioni imperiali, dominano le famiglie patrizie. Un crogiolo di tensioni, lotte intestine, complotti. E su tutto l'ombra minacciosa di Castel Sant'Angelo. Un presagio funesto grava sin dall'inizio sulla sua missione: nel porto di Ripetta è stato appena ripescato un corpo orribilmente sfregiato, ultimo di una lunga serie con i segni inconfondibili di mutilazioni rituali.

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