Si è verificato un errore nel gadget

giovedì 25 settembre 2008

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’OGGETTO

INAUGURAZIONE 20 SETTEMBRE 2008 ore 17:00
20 SETTEMBRE -5 OTTOBRE 2008
FRANCO BARONI - VINCENZO BURLIZZI - PAOLO FRANCESCONIERIKO KITO - ALDO LONDI - DORIANO MINGOZZI
Presso Centro Espositivo ex-Fornace Pasquinucci Piazza Dori - Capraia Fiorentina
Venerdì 26 Settembre ore 21,45
COSE DA NON DIRE – Presentazione del libro di Simone Togneri:
Introduzione a cura di Giuseppe Previti, direttore di
Giallo Pistoia TVL
Letture a cura di Priscilla Baldini
Venerdì 3 Ottobre ore 21,45
CHI HA UCCISO LA BELLA ELVIRA - di Riccardo Cardellicchio.
Spettacolo teatrale con Andrea Giuntini, Voce Recitante;
Gloria Grazzini, Voce; Paola Casazza, Chitarra e organetto
Domenica 5 Ottobre ore 17,00
"PARMA, DEL GIALLO E DI ALTRI COLORI"
Incontro con Valerio Varesi (autore dei romanzi dai quali è
tratta la serie TV "Nebbie e delitti" trasmessa su RAI2).
Video-installazione di Daniela Corsini
Introduzione di Paolo Boschi, Anna Pampaloni, Marco Vichi
In collaborazione con la Libreria Mondadori di Empoli.
Durante gli eventi si terranno degustazioni di vino
e prodotti tipici locali a cura di Marzi e Fulignati
Delitti in Orario: Feriali 17,00–19,30; Festivi 10,00–12,0

venerdì 19 settembre 2008

PROGRAMMAZIONE TRASMISSIONE TELEVISIVA GIALLO PISTOIA TVL

27 Settembre "Tre storie ingannevoli" di Livio Macchi, ed. Del Bucchia
4 Ottobre "Il cinema e il giallo" a cura di Maurizio Tuci che presenterà "Ascensore
per il patibolo" di Louis Malle.
11 Ottobre "Un tranquillo paese di montagna" di Carlo Flamigni ed. Sellerio
18 Ottobre "Undici delitti in attesa di verità" di Mario Spezi ed.Mursia
Con l'autore parleremo anche del suo grande successo americano "The Monster of Florence"
25 Ottobre "Biondo 901"di Alessandro Zannoni ed. Perdisa
1 Novembre Susanna Daniele e Elena Torre ci parleranno del più importante Festival di letteratura in Italia: Mantova con interviste e curiosità sui giallisti di tutto il mondo che vi hanno partecipato. Elena Torre ci parlerà anche del suo ultimo libro, "L'ultimo Sileno" dedicato a Giorgio Gaber ed. Sassoscritto
8 Novembre "Gli interessi in comune" di Vanni Santoni ed. Feltrinelli
15 Novembre "La bambina di pietra" di Rossella Martina ed. Del Bucchia
22 Novembre "Unico denominatore" di Marco Masi ed. Sassoscritto
29 Novembre "Per nessun motivo"(titolo provvisorio) di Marco Vichi ed. Rizzoli
La trasmissione "Giallo Pistoia TVL" è condotta da Giuseppe Previti e Stefano Fiori con la collaborazione di Susanna Daniele, Cristina Bianchi, del G.A.D. di Pistoia, della libreria Librolandia e degli Amici del Giallo di Pistoia.

sabato 13 settembre 2008

Seconda e ultima puntata del diario mantovano

Mantova, 6 settembre
La giornata comincia nel Cortile della Cavallerizza, strapieno per Anne Holt, signora norvegese dalle molte vite professionali. L’intervistatore è Gianrico Carofiglio.
Giornalista televisiva specializzata sul calcio, poliziotto, avvocato, ministro della giustizia, scrittrice di sei romanzi di successo. Esordisce come autore di crime storys nel 1993 e crea due serie di polizieschi: una con protagonista Hanne Wilhelmsen e l’altra con la coppia di investigatori Inger Hohanne Vik e Yngvar Stubo. In Italia è stato pubblicato nel ‘99 Sete di giustizia da Hobby & Work e Quello che ti meriti nel 2008 da Einaudi.
Carofiglio introduce e passa subito la parola all’autrice temendo di cadere nell’errore di coloro che parlano di se stessi invece di presentare l’ospite.
Già con il primo argomento si entra nel vivo: quali sono gli schemi letterari del giallo.
La Holt dice che per semplificare la formula del giallo è ordine-caos-ordine ed è una formula in comune con la narrativa per bambini. In fondo, aggiunge, i gialli sono narrativa per adulti con le stesse caratteristiche di quella per bambini. Se da una parte la formula sembra semplice, per stupire il lettore le regole devono essere infrante.
Carofiglio chiede come è il processo di ripulitura e limatura dei romanzi, prima di consegnarli all’editore. Anne Holt dice che li fa leggere a un piccolo gruppo di lettori, alcuni professionali, come l’editor della casa editrice, altri no, sono amici. Il gruppo cambia ogni volta. Sulla base delle loro osservazioni apporta le modifiche e i tagli. In genere alleggerisce il libro di circa 150 pagine.
Carofiglio le chiede quali sono secondo lei le caratteristiche del giallo nordico.
"E’ caratterizzato da un certo realismo, da una critica della società. I personaggi non sono degli eroi ma delle persone comuni. La prima serie che ho scritto ha per protagonista una donna con seri problemi psichici. In "Quello che ti meriti" le protagoniste sono donne normali, con i problemi familiari e personali comuni a tutti. "E’ difficile parlare di quello che va bene, perché il rischio è di annoiare il lettore, mentre è molto più facile raccontare l’anormalità, la devianza."
Carofiglio chiede la differenza fra il giallo nordico e quello mediterraneo.
La Holt risponde che nell’area nordica c’è scarso umorismo. Sentimenti come la rabbia, l’emotività, il coinvolgimento sono considerati disdicevoli se espressi in pubblico. Tratta temi come la punizione, il rimorso e i giallisti nordici li hanno fatti propri. Inoltre c’è una certa tradizione epica del nord Europa nel raccontare le storie e il giallo si inserisce in questo filone. E’ una cultura differente: i paesi nordici risentono della cultura protestante.
Alla domanda se crede ci sia compatibilità fra humor e crime story la Holt risponde che c’è sicuramente ma in piccole dosi. A lei non piace la commistione fra genere poliziesco e comicità.
A seguito di una domanda rivolta a Carofiglio sui gusti dell’avvocato Guerrieri si parla dell’identificazione personaggio-autore. La Holt racconta un episodio esilarante: quando scriveva la prima serie di romanzi con protagonista una donna disturbata psichicamente le arrivò una mail in cui un lettore le comunicava che aveva preso appuntamento con una psichiatra indicando giorno e ora.
Siamo a fine e non ho voglia di chiedere il microfono e in fondo la mia non è una domanda ma una riflessione sul processo di identificazione autore-personaggio. Non mi sembra sia così negativo come gli autori lo descrivono perché è la prova che il personaggio è stato scolpito a tutto tondo ed è diventato una creatura, pur di carta, che ha acquisito una vita propria nella fantasia e nella mente dei lettori. Insomma, ci sarebbe da esserne lusingati.
Al teatro Bibbiena c’è un evento che è stato spostato e che rischia di sovrapporsi a un altro ma tant’è, sono qui per correre.
Margherita Oggero e Raffaella Romagnolo a "Donne che scrivono gialli" presentate da Massimo Cirri. Il teatro è gremitissimo e molti vengono rimandati indietro per motivi di sicurezza.
Margherita Oggero, ex insegnate, ha esordito nella narrativa nel 2002 con La collega tatuata da cui èp stato tratto il film di Davide Ferrario "Se devo essere sincera". Sono seguiti altri tre romanzi con protagonista la professoressa investigatrice Camilla Baudino. Per la Rai ha scritto i soggetti per la serie "Provaci ancora prof con Veronica Pivetti come protagonista. L’ultimo libro appena uscito è un’antologia di racconti con varie location "Il rosso attira la sguardo".
Raffaella Romagnolo lavora in una società di consulenza informatica. "L’amante di città" (2007) è il suo primo romanzo ambientato in una realtà paesana.
La prima domanda alle autrici suscita la perplessità delle due autrici. "Esiste uno specifico del giallo al femminile?"
Entrambe rispondono che no, non esistono peculiarità nella scrittura gialla al femminile. Esiste una storia bella e ben costruita e basta. Se proprio si vuole cercare qualche peculiarità può essere l’attenzione a certi particolari minuziosi che sembra insignificanti e invece trascinano le trame. In P.D. James, ad esempio, si riscontra la capacità di cogliere minuzie che gli uomini tralasciano. Facendo un discorso più ampio, continua Margherita Oggero, il racconto, l’oralità, è un tratto tipico della cultura femminile, da sempre.
Si parla piuttosto di pubblico femminile sul versante della lettura perché da sempre le donne leggono di più e in prevalenza letteratura rispetto ad altri generi.
Alcune considerazioni a latere
Ho la fortuna di incontrare Margherita Oggero il giorno dopo, sotto la tenda della Rai da cui Luca Crovi trasmette in diretta "Tutti i colori del giallo". Scambiamo qualche impressione sull’incontro al Bibbiena e ci troviamo d’accordo. "Basta parlare di gialli al femminile, non se ne può più! Era un discorso vecchio anche trent’anni fa." commenta l’ex professoressa torinese.
Neanche a farlo apposta, nell’inserto domenicale del Sole24ore del 7 c’è un articolo di Melania Mazzucco sullo stesso argomento. Riporta un episodio che dimostra come ancora alligni la percezione del genere nella scrittura, ma soltanto per quanto riguarda le donne.
"La scrittrice italiana è per tradizione contemporanea. Nel senso che esiste solo per i contemporanei." E ancora: "L’aggettivo "femminile": tanto ossequiato in società – assume in letteratura una connotazione negativa. Diventa sinonimo di evasivo, consolatorio, zuccheroso."
Anche la Mazzucco, come la Oggero, pensa che ci sia un’editoria "per signore" ma anche "per uomo", entrambe stereotipate ma nel caso della narrativa al maschile questa viene contrabbandata per narrativa di qualità. Secondo la Mazzucco ciò che determina il successo di un libro è il mercato, non il genere.
Ci sono "libri fatti in serie e libri d’artigianato" e questa, conclude l’articolo, è la vera differenza sulla quale discutere.
Lascia il teatro per catapultarmi nel giardino del museo diocesano dove ci sono Leif Persson e Lucarelli. Invece Lucarelli "per disguidi tecnici" (ma che vorrà dire? Come parlano i volontari che presentano gli eventi? Perché non si leggono prima quelle quattro rughe di presentazione?) non ci sarà. Al suo porto una signora che nessuno si premunisce di presentare intervista con molta competenza lo scrittore svedese.
Ex consulente del ministero di giustizia e dei servizi segreti svedesi, Leif Persson oggi è professore di criminologia della scuola nazionale di polizia di Stoccolma. Ha scritto otto romanzi di cui quattro tradotti da Marsilio. Nel 1978 Persson scrive il suo primo libro per far conoscere i metodi delle indagini della polizia.
Nell’ultimo libro apparso "In caduta libera" tratta il tema dell’omicidio politico più famoso della Svezia, quello di Olof Palme, ancora avvolto nel mistero. I suoi romanzi non sono soltanto indagini poliziesche ma contengono elementi noir perché indagano nelle zone oscure della società. Il suo personaggio, Lars Johansson, riapre il caso prima che cada in prescrizione. Il protagonista che indaga e l’autore, suo alter ego, non credono alle coincidenze, alle strane casualità. La documentazione dell’"investigazione più grande nella storia della polizia mondiale",diventa così materiale per un romanzo politico.
In tutti i libri di Persson c’è un personaggio spregevole, un poliziotto volgare e violento e per descriverlo l’autore cambia stile di scrittura.
In piazza Castello c’è Safran Foer intervistato da Gad Lerner. Folla strabocchevole, l’organizzazione fa entrare molte più persone di quelle che possono sedersi e rimaniamo in piedi in tanti.
L’intervista di Lerner è decisamente troppo aggressiva fin dall’anizio. Domande tendenziose,si direbbe in sede giudiziaria.
Esordisce dicendo che vuol sapere se Foer parla come scrive, cioè con le parolacce. Poi ne sottolinea l’aspetto di ragazzo modello che "assomiglia a Harry Potter", infine passa all’analisi dei personaggi, alla struttura narrativa, alla costruzione dei dialoghi. Il ragazzo ha idee chiare sul suo percorso di scrittore che avrà una continuità fra passato e ricerca di se stessi e delle proprie radici, "A metà strada fra storia e sogno, fra Primo Levi e Calvino".
Proprio a proposito della ricerca delle radici si apre un dibattito con Lerner quando gli chiede il motivo per cui a diciannove anni è partito per l’Ucraina alla ricerca delle tracce del paese del nonno e se questa ricerca abbia un senso oggi che entrambi appartengono a un paese in cui si sentono completamente integrati. "Foer risponde che non ci trova niente di eccezionale nel ricercare le proprie radici, anzi si stupisce che il suo interlocutore lo trovi strano. La sorpresa per Foer, non è stata nel ricercare il passato ma nello scriverne. Rivendica non una patria geografica ma "estetica e culturale" e prosegue "Non mi sento cittadino di nessun mondo. Le cose che mi fanno sentire a casa sono portabili: la mia famiglia e i miei libri"
Le risposte alle domande duramente provocatorie sono sempre intelligenti e profonde, quasi filosofiche.
La mia serata finisce nel cortile della cavallerizza per ascoltare Carlo Lucarelli intervistato da Piero Dorfles.
Lucarelli non ha bisogno di presentazioni per un pubblico di appassionati di polizieschi e noir e Dorfles ne ripercorre l’intera opera cominciando da quelle giovanili ambientate fra la fine della guerra e l’armistizio che hanno come protagonista il commissario De Luca. Prosegue poi analizzando la figura del serial killer trattata in un romanzo famosissimo che ha avuto anche una trasposizione cinematografica: "Almost blue" per poi arrivare alla genesi di Coliandro e alla fortuna televisiva del personaggio. Per ultimo Dorfles introduce l’ultima uscita di Lucarelli, "Ottava vibrazione". Si tratta di un giallo storico ambientato a fine ottocento, all’epoca del colonialismo italiano in Eritrea. Si tratta di un romanzo storico con una struttura gialla e per questo motivo ha destato perplessità nella critica.
Dorfles gli chiede come ha fatto a documentarsi sul periodo e Lucarelli rcconta che è stato a Massaia e che ha letto i documenti non ufficiali e i memoriali scritti dai soldati scampati alla disfatta di Adua.
"Italiani cattiva gente" dice Dorfles a proposito dei protagonisti del romanzo, con pochissime eccezioni. Lucarelli risponde che ha voluto mettere in luce il lato oscuro degli italiani del periodo. Il romanzo, aggiunge, per metà è un poliziesco perché c’è la figura di un carabiniere travestito da soldato che indaga, per metà è un noir perché rappresenta una certa realtà italiana.
L’intervento si fa interessante quando Lucarelli comincia a parlare della struttura del romanzo giallo e cita Glauser secondo cui il giallo è un "ottimo mezzo per dire cose sensate". Secondo Lucarelli il giallo è scrivere intorno a un mistero e per svelarlo devono essere messe in scena le possibili ipotesi di spiegazione dei fatti. A un lettore che gli domanda la differenza fra giallo e noir Lucarelli risponde che fino a qualche anno fa si trattava di un giallo quando rispondeva alla domanda "Chi è stato" e di un noir nel caso ci si chiedesse "Cosa sta succedendo". Ad oggi non sa rispondere perché si assiste a una commistione dei generi nello stesso autore e talvolta all’interno della stessa storia.
Mantova 7 settembre
Siamo a fine festival e l’ultimo appuntamento è con Maj Sjowall nel cortile di palazzo d’Arco. La intervista Paolo Zaccagnini.
E’ la decana del giallo svedese. Insieme al marito Per Wahloo ha scritto dieci libri dal 65 al 75 con protagonista Martin Beck e la squadra della polizia di Stoccolma. Il successo della serie superò i confini della Svezia e furono tradotti in molte lingue, alcuni della serie anche in italiano. Sellerio li sta stampando tutti. Maj Sjonwall ha continuato a scrivere a quattro mani "La donna che sembrava Greta Garbo", pubblicato da Hobby & Work e Intermezzo danese". Negli ultimi anni Maj Sjowall si è dedicata alla traduzione delle giallista Anne Holt e Gretelise Holm.
Maj Sjowall racconta come nacque la serie dei gialli a quattro mani. Lei e Per lavoravano in una società editoriale ed erano insoddisfatti di quello che si scriveva all’epoca di narrativa poliziesca. Erano tutte storie di ambientazione borghese con detective privati sul tipo di quelli creati dalla penna di Agatha Christie. Loro volevano dare un’immagine reale della società svedese dell’epoca, e volevano mettere sotto accusa la socialdemocrazia che, a loro avviso, stava tradendo la classe lavoratrice perché era un capitalismo mascherato.
Perché ha scelto una squadra di poliziotti che indaga e non uno solo?
Non è realistico che uno lavori singolarmente; l’eroe positivo è il gruppo. Il personaggio Martin Beck è stato creato dalla critica successivamente.
Perché l’ eroe è sempre così triste e disperato, con una famiglia che c’è ma è come se fosse inesistente?
Volevamo ricreare la situazione di un poliziotto che non ha una vita facile e un lavoro non allegro. E’ triste e depresso perché paga il prezzo per essere un poliziotto umano ed empatico. E’ un po’ come Maigret, che non è mai contento quando scopre il colpevole e lo deve arrestare.
Fu capito allora che i vostri erano romanzi di critica alla socialdemocrazia?
All’inizio non fu un successo, avevamo perso tanti lettori fra le signore di una certa età che erano abituate ai gialli classici. Poi acquistammo lettori fra i giovani impegnati della sinistra. Erano gli anni della guerra del Vietnam.
Come scrivevate?
Per si stava separando dalla moglie e abitava in albergo. Lasciava dei fogli bianchi su un tavolo per me per verificare se saremmo stati capaci d’inscrivere insieme. Il primo libro, Roseanne, è nato su un battello turistico che faceva un giro su un canale. Allora stavamo già insieme e vidi che sul battello c’era una bella americana sola e Per la guardava spesso. Io gli dissi "Quella la uccidiamo". A parte l’aneddoto, avevamo lo stesso bagaglio culturale e le stesse idee politiche. Abbiamo lavorato molto al primo libro perché dovevamo decidere lo stile, ma siamo partiti subito con l’idea di creare una serie pensata per un gruppo di personaggi.
Perché dovevano essere dieci libri?
Li avevamo pensati uno per ogni tipo di crimine, poi ci doveva essere l’evoluzione dei personaggi.
Da dove prendevate l’idea?
Non c’era nessuno schema fisso nelle trame. Avevamo visto un tassista e ci venne in mente di farne il protagonista de "L’uomo abominevole".
Lei è riconosciuta l’antesignana del genere poliziesco scandinavo.
S’, ma oggi la diffusione del genere è dovuta a ragioni di mercato.
Quali erano le vostre letture di riferimento?
I grandi americani come Chandler e Hammet ma anche Simenon.
Molti vostri libri sono stati trasposti in film. E’ famoso "Il poliziotto che ride" di Rosenberg con W. Mattau ambientato a San Francisco. Siete rimasti convinti di quest’operazione?
Non molto perché W. Mattau non aveva una faccia adatta la personaggio. Anche "L’uomo sul tetto" è diventato un film con sceneggiature scritte da altri.
Girello un po’ per il centro comprando dolci mantovani da portare a casa. Sotto la tenda Scintilli che Lucarelli che parla ma è talmente gremita che non ci sono neanche posti in piedi. Seguo, sempre in piedi, la trasmissione di in diretta di Fahrenheit. Si parla di scuola con Piergiorgio Odifreddi, il maestro Marco Rossi Doria e Eraldo Affinati.
L’appuntamento è per l’anno prossimo, dal 9 al 13 settembre.

martedì 9 settembre 2008

Dall’inviata (molto) speciale al Festivaletteratura di Mantova 2008

Mantova, 3 settembre 2008
L’accoglienza di Mantova è delle migliori. Mi sono portata da casa la bici per il puro gusto di pedalare per le vie di Mantova, per sentirmi parte del festival.
Pedalo da Campo Canoa sul ponte che attraversa il Mincio in direzione del palazzo ducale. La visione, sì, proprio visione, è di quelle che ti fanno pensare ai quadri manieristi a soggetto religioso. Da grandi nuvole bianche che nascondono il sole di metà pomeriggio escono raggi di luce biancastra, inclinati e incrociati. Ci si aspetta di vedere da un momento all’altro spuntare il triangolo della Trinità e sentire la voce di Dio che tuona. Del palazzo ducale si vede la sagoma, come un’ombra cinese.
Sotto la Loggia del grano ci sono i volontari che si occupano delle prenotazioni; tutto molto veloce ed efficiente.Vado all’ufficio stampa nella speranza che la redazione abbia mandato via la mail per l’accredito ma non c’è niente a mio nome. Sono tutti estremamente cortesi e disponibili, non fai code da nessuna parte. Benché sia il primo giorno del festival c’è già fermento. Nelle piazze del centro la gente che si ferma sotto i tendoni a curiosare, parla, sembra allegra. Sotto il tendone di piazza della concordia da dove RAI3 trasmette in diretta Fahrenheit c’è pieno.
Via col primo evento in un circolo Arci. Gli spettatori sono seduti ai tavoli del circolo. Su ogni tavolo un cestino di taralli e una bottiglia di lambrusco a temperatura ambiente, circa 30°.
"Nella steppa padana", tragicomica liberamente ispirata a "Il revisiore" di Gogol. Il testo e la realizzazione apprendo essere di Mauro Marchese e Andrea Busi. Di fatto una performance di un solo attore perché l’altro non parla, aziona soltanto un mangianastri incerottato facendo partire di tanto in tanto qualche musichetta da ballo sull’aia. LA storia sarebbe complessa, per quel che posso capire, perché la mescolanza fra italiano e dialetto della bassa padana rende i dialoghi non comprensibili a tutti. In più, l’unico attore recita dialoghi di più personaggi, maschili, femminile, giovani e vecchi. Ce la mette tutta sudando come un maratoneta, ma della storia si capisce ben poco. Il monologo non è adatto per raccontare una storia del genere.
Facce annoiate all’uscita, non solo la mia.
Dopo mi precipito al teatro Bibbiena dove hanno anticipato un evento con il giallista norvegese Jo Nesbo.
Lo intervista Paolo Zaccagnini con domande, a dire la verità, non originalissime.
Prendo appunti anche nella penombra della platea. Le poltroncine rosa antico fanno pensare a una bomboniera barocca.
Nesbo ha un notevole carisma e vanta un curriculum piuttosto composito. Laureato in economia, lavora come broker finanziario, fa il tassista, il calciatore professionista, poi decide di dedicarsi alla musica entrando a far parte di un gruppo rock. In un momento in cui si è sciolto il suo gruppo scrive una storia poliziesca che viene subito accettata dall’editore. Inizia così la serie con protagonista Harry Hole, poliziotto dedito all’etilismo. Per questo personaggio si ispira a due persone realmente conosciute: un poliziotto locale che da bambino gli incuteva terrore e un calciatore professionista.
Esordisce nel 1997 con il romanzo Flaggermusmannen ambientato in Australia, non tradotto in italiano, come pure il secondo, ambientanto a Bangkok. Attualmente sono sette i romanzi pubblicati della serie di Harry Hole.
In italiano Piemme ha pubblicato Il Pettirosso (2006), Nemesi (2007), La stella del diavolo (2008). Recentemente ha pubblicato in francese per Gallimard La Sauveur (2007).
Perché hai creato il personaggio del poliziotto come un relitto umano, un alcolizzato perso? Non hai avuto problemi con la vera polizia?
Certi poliziotti sono così, ho cercato di ricreare situazione realistiche. Non ho mai avuto problemi con i veri poliziotti. Al contrario, so che mi leggono e mi è cè capitato anche di ricevere consigli per rendere più credibile l’ambientazione.
Alla domanda su come concilia la passione per la musica con quella per la letteratura Nesbo risponde che scrivere e comporre musica è un modo per restituire il piacere che ha ricevuto da entrambe. Più nello specifico, Nesbo dice che la scrittura è un modo per condividere emozioni con il lettore. Il suo modo di creare emozioni passa attraverso la ricerca di un effetto drammatico e attingendo alle tradizioni del suo paese.
Zaccagnini gli chiede quali sono gli autori che preferisce. Nesbo risponde che i libri sono stati sempre presenti in casa sua perché la madre lavorava in una biblioteca e il padre era un collezionista. Ha letto un po’ di tutto ma i libri che l’hanno influenzato di più sono i polizieschi norvegesi con i loro segreti ed enigmi che emergono dal passato.
Zaccagnini insiste a chiedere le preferenze cinematografiche di Nesbo dal momento che molti finali dei suoi libri sono cinematografici.
Nesbo cita Pakula e Hitchcock, il Coppola de "La conversazione", Fincher di Seven, De Sica con "Ladri di biciclette".
Se ti proponessero la trasposizione della storia di un suo romanzo in film accetteresti?
Non accetterei perché ogni lettore ha diritto di crearsi una propria immagine del protagonista dei miei romanzi, come io ho la mia di autore. La creazione di un film priverebbe i lettori di questo piacere.
Mi sembra una risposta bellissima in un mondo in cui tutti brigano per vedere i propri personaggi trasposti in film o in serie TV che, oltre a tradire le aspettative del lettore, sono spesso prodotti commerciali di scarsa qualità.
Quali altri personaggi hai creato nei tuoi libri, oltre a Harry Hole?
Ho creato un’altra storia poliziesca con un altro personaggio. Il narratore è un po’ inaffidabile, racconta le cose creando l’effetto di un incubo. Ho voluto crearlo così per rendere l’ottica delle cose che cambiano continuamente, per dare una sensazione disturbata della percezione delle cose.
Come e quando scrivi?
Mi chiudo in un albergo di un paese straniero per due mesi all’anno e lì, senza distrazioni, scrivo. Quando sono in Norvegia invece vado in un bar dove non mi conosce nessuno. A casa mai, perché ci sono troppe distrazioni.
Prima di cominciare un nuovo romanzo faccio una sinossi che può essere di 10 come di 100 pagine. La storia al momento in cui comincio a scrivere la devo conoscere, non invento niente. E’ come se dicessi al lettore "Vieni, ti racconto una bella storia" e il lettore deve avere la sensazione che la storia l’ho già raccontata tante volte, come succede con i bambini.
Mantova, 4 settembre
Al mattino c’è Baricco sotto il tendone allestito nel cortile della Cavallerizza, a Palazzo Ducale. Pienone, come era facile immaginare. Baricco inizia a parlare de "I Barbari" e spiega perché è ancora a parlarne dopo anni dalla pubblicazione. Confesso di aver provato a leggerlo quando apparve a puntate su un quotidiano ma non ce l’ho fatta ad andare avanti. Mi ha fatto piacere sentire dalla voce dell’autore, "l’interpretazione autentica" del filo conduttore del ragionamento che sta alla base del saggio. Per chi come me non lo avesse letto, mi permetto di fare una sintesi di un’ora di dissertazione, senza pretese di essere esauriente.
I Barbari sono sempre stati quelli che nei momenti di passaggio hanno portato un nuovo modo di pensare, il nuovo che stravolgeva i gesti e gli stilemi della civiltà precedente. Barbari sono stati, di ce Baricco, i primi illuministi per gli aristocratici, i romantici per gli illuministi, e via di seguito. Baricco vuol dire che oggi noi consideriamo barbari quelli che ruminano panini da McDonald con il cappellino da baseball, che non conoscono la civiltà del vino e del pecorino di fossa, o i quartetti di Beethoven. Secondo Baricco, sempre che abbia capito bene il suo pensiero, tutti noi, più o meno consapevolmente, ci stiamo movendo verso un’altra forma di civiltà che non è distruzione della precendente ma trasformazione. La conclusione è che non stiamo andando verso il niente, verso l’autodistruzione ma verso altre forme di sopravvivenza. Conclusione consolatoria, quindi.
Barcco si sofferma molto a parlare della conoscenza che non è più quella circolare, che richiede sempre un maggiore approfondimento, ma siamo nella civiltà del Surfing, per dirla all’americana, del navigare, dove ci spostiamo tutti velocemente da un posto all’altro, estendendoci linearmente. Ha raccontato la storia della nascita di Google e la straordinaria intuizione di due ragazzi americani, "neobarbari", che ha portato alla creazione del più grande motore di ricerca al mondo. I neo barbari come portatori di nuovi stili, di nuovi gesti che hanno rivoluzionato il modo di pensare di tutto il resto del mondo. Così grazie a internet anche il cultore del pecorino di fossa potrà ordinarlo on line e il ragazzo con il cappellino di baseball si informerà sul programma del concerto di Beethoven.
"Siamo alla sdoganamento della superficialità", conclude Baricco, "che da difetto diventa un valore, la condizione necessaria alla sopravvivenza.".
Forse non leggerò "I Barbari", ma Baricco ha fornito molti spunti di riflessione.
Non so perché alla fine l’autore non dà spazio alle domande del pubblico, come è consuetudine a Mantova, dove i lettori sono i veri protagonisti.
Pomeriggio al Palazzo di San Sebastiano dove Carlos Fuentes dialoga con Alberto Manguel. Uno scrittore che intervista uno scrittore. Manguel ha però l’esperienza per lasciare totale spazio alle parole di Fuentes.
E’ considerato uno dei maestri della narrativa messicana. Diplomatico di carriera, come il padre, si dimette da ambasciatore in Francia quando l’ex presidente del Messico, Diaz Ordaz, viene nominato ambasciatore in Spagna. All’attività di scrittore ha affiancato quello di saggista e giornalista.
L’intervento è più politico che letterario. Parla della storia del continente latino-americano, del colonialismo esterno degli Stati Uniti e interno delle classi dominanti che ancora affligge tutti i paesi latino americani, delle ingiustizie sociali e della corruzione, della povertà estrema di molti.
Del romanzo contemporaneo parla a proposito della nozione di tempo e del tempo lineare, dello sforzo che hanno fatto alcuni autori come Virginia Wolf e William Faulkner per cercare di rompere la linearità del tempo tipica della cultura occidentale alla ricerca della circolarità del tempo, del tempo che si crea mentre si sviluppa una storia. Secondo Fuentes sono tentativi andati a vuoto perché il nostro tempo è segnato dalla linearità. Per spiegare la circolarità del tempo Fuentes racconta un episodio accadutogli mentre assisteva in una regione sperduta del Messico a una processione religiosa di indigeni che festeggiavano la settimana santa. Fuentes si compiace con l’ indigeno che porta la croce sulle spalle che sia festeggiata una ricorrenza che risale all’imperatore Tiberio. L’indio lo guarda perplesso e gli spiega che stanno festeggiando l’origine del mondo.
Dall’analisi politica e diplomatica al cabaret. Nel giardino della casa del Mantegna Flavio Soriga, giovanissimo scrittore sardo, dialoga con Massimo Cirri.
Soriga racconta i suoi esordi al Festivaletteratura giovani nel 2002, al suo primo libro di racconti "I diavoli di Nuraiò", all’ultimo "Sardinia Blues". Ma la letteratura è un pretesto per divertire, per raccontarsi e fare battute sui sardi, sulla sua generazione "Ryan Air", cioè di quelli che sono andati all’estero per fare esperienza e sono tornati in Sardegna cambiati. Legge un comicissimo appello di sostegno a Bruce Willis cacciato dal Billionaire perché voleva fare una foto con la ragazza del patron, e fa scompisciare l’uditorio. Legge poi un alquanto improbabile pensiero di Grazia Deledda durante la consegna del premio Nobel.
Racconta in stile picaresco delle esperienze di premi letterari e di dibattiti con i critici della giuria che si vantano di non aver letto i libri.
Ma va’, che l’avrebbe detto?, aggiungo io.
Dopo cena, in piazza Castello c’è il pienone per Scott Turow presentato da Irene Bignardi.
La Bignardi ripercorre il curriculum dell’autore dei famosi legal thriller, dalle prime esperienze letterarie mentre frequentava la facoltà di letteratura ad Harvard, alla svolta con la decisione di diventare avvocato.Infine la coesistenza di entrambi i suoi interessi fino ad arrivare agli ultimi anni in cui si dedica quasi esclusivamente alla scrittura e quando decide di difendere qualcuno la fa gratuitamente. Si parla anche delle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti dal momento che Turow è e sostenitore da sempre del partito democratico nonché amico e collega di Obama.
Parla della pena di morte e della sua campagna, anche come scrittore, per l’abolizione. Nel 2003 ha scritto "Punizione suprema", una riflessione sulla pena capitale. La motivazione giuridica che porta è che ogni sistema giudiziario sarà sempre imperfetto e pertanto suscettibile di errore e che il rischio di condannare a morte un innocente è di per sé motivo valido per la sua abolizione. Da avvocato riporta anche l’opinione dei contrari all’abolizione, cioè la vendetta che la parte offesa chiede con l’esecuzione capitale, sentita come riparazione del danno.
Riporta due casi che gli sono capitati all’inizio della carriera, quando era assistente del procuratore generale di Chicago. Due uomini furono condannati a morte dopo anni passati nel braccio della morte. Uno era innocente, l’altro no ma fu condannato per una serie di circostanze sfavorevoli piuttosto casuale. E’ cominciata allora la sua riflessione sull’utilità della pena di morte.
Mantova, 5 settembre
La mattinata inizia con Augias in un affollatissimo cortile della cavallerizza di Palazzo Ducale. Presenta il suo libro appena uscito, "Inchiesta sul Cristianesimo", scritto in collaborazione con Remo Cacitti professore di storia del cristianesimo all’università statale di Milano. Augias esordisce dicendo che a due giorni dall’uscita ha già ricevuto tre stroncature dalla stampa cattolica.
Chiarisce che il suo è un tentativo di raccontare la storia del cristianesimo attraverso i documenti e non con la teologia e che è stato concepito per coloro che di questo argomento conoscono poco. Inizia una chiarissima e avvincente illustrazione sintetica della domanda che sottende al libro: "Come una corrente religiosa di minoranza è potuta diventare nel giro di pochi decenni dalla morte del suo capo una religione autonoma che ha dato origine a una gerarchia, una dottrina, dei dogmi?"Alla fine non mancano le domande del pubblico, affascinato dal tema e dall’intervento di Augias.
Sotto la tenda in piazza Sordello c’è un incontro dal titolo accattivante "Tutta la fatica di un libro" ovvero tutti i passaggi e la professionalità coinvolte nella produzione di un libro. Ne parla Oliviero Ponte di Pino che lavora alla Garzanti. L’incontro è affollatissimo, già prima che inizi rimangono posti in terra e non posso vedere il diagramma di flusso sul processo editoriale che viene proiettato. Interessante sapere che le grandi case editrice hanno dei lettori, pagati pochissimo, che leggono i manoscritti che vengono inviati e che ne analizzano non soltanto il valore artistico ma anche le potenzialità di vendita e se ci sono altri manoscritti con caratteristiche simili.
A Palazzo della Ragione Raul Montanari parla di Edgar Allan Poe e affascina la platea, nonostante la temperatura interna superi i 30° e il tasso di umidità sia da foresta pluviale. Mette in luce gli aspetti modernissimi ( e pop, dice Montanari) di Poe, antesignano dell’horror moderno, del poliziesco e del noir. In finale, lettura e analisi stilistica e metrica del poema "Il corvo", tradotto dallo stesso Montanari.
Mi trasferisco all’ex macello comunale, oggi biblioteca Baratta (se non avessi la bicicletta!) per un incontro con un autore francese che non conosco: Jean Echenoz presentato da Beppe Sebaste.
Sebaste fa un’introduzione a Echenoz che dura abbondanti venti minuti e il pubblico, spazientito dal presentatore che sembra amare sentirsi parlare, restituisce la parola allo scrittore francese.
E’ (quasi) sempre il problema di scrittori che presentano altri scrittori e che non resistono alla tentazione di autopresentarsi.
Echenoz, non conosciutissimo in Italia ma molto apprezzato in Francia, nel ‘99 ha vinto il premio Goncourt con il romanzo "Me ne vado".
In Italia sono stai pubblicati da Einaudi "Un anno", (1998), Me ne vado" (2000), "Le biondone" dalla Libreria dell’Orso (2004), e infine da Adelphi "Ravel. Un romanzo" (2007) e "Il mio editore"e "Al pianoforte" (2008).
Ha esplorato un po’ tutti i generi, dal poliziesco al noir al romanzo di avventura per approdare recentemente alla biografie romanzate. La sua attenzione è al ritmo della frase, ad una scrittura costruita come una frase musicale, con una sua melodia interna adatta ad esprimere la sensazione da trasmettere.
Da una scorsa che ho dato velocemente a "Un anno", comprato a fine intervento, ho avuto l’impressione di essere di fronte a una prosa altamente poetica.
La serata finisce nell’aula magna dell’Università, messa a disposizione in sostituzione del cortile di palazzo d’Arco per timore di una pioggia che non viene.
C’è Hakan Nesser presentato da Massimo Cirri.Aula gremita, manco a dirlo. Nesser fa parte della squadra dei giallisti svedesi. Ha un passato d’insegnante di liceo e racconta che già allora, quando i ragazzi svolgevano il compito in classe, approfittava del tempo per scrivere gialli. Ha scritto fino ad oggi 21 romanzi e ne ha pronti altri 4. In Italia Guanda ne ha tradotti sette fra il 2003 e il 2008
Alla domanda di Cirri sul motivo per cui in Svezia ci sono stati scrittori di gialli risponde che quando ha cominciato lui, nel 92, erano soltanto in due, lui e Mankel..Gli scrittori scandinavi sono stati scoperti dai lettori tedeschi, che sono molti e da qual momento il mercati librario si è aperto.
A domande di Cirri fra il serio e il faceto (molto), risponde che è riduttivo parlare dei suoi libri come polizieschi e che personalmente è contrario alle etichette. Quello che conta è scrivere una bella storia.
Come dargli torto?
"I romanzi polizieschi rappresentano la società svedese?" chiede Cirri.
"Nel caso di Mankel sì, perché è uno scrittore fortemente interessato alla politica. I miei romanzi meno, io sono più interessato ai drammi familiari, anche se non si può prescindere dall’analisi della società. Sono ambientati in un’Olanda immaginaria proprio perché non volevo riferimenti diretti alla Svezia e poi, aggiunge, è più facile scrivere su qualcosa di immaginario perché questo non implica una ricerca. Quello che mi interessa è concentrarmi sui personaggi che non sono degli stereotipi ma sono il cuore, l’essenza del libro".
Gli chiedo se nei suoi romanzi lo interessa più la costruzione della trama o l’indagine psicologica dei personaggi. Risponde che ambientazione e indagine sui personaggi devono essere compresenti e che all’inizio di ogni libro non sa mai cosa prenderà il sopravvento.
Attraverso Mantova di notte: è un piacere. Tanta gente, nelle vie del centro ci sono degustazioni di prodotti locali. I negozianti, nonostante siamo in tarda serata sono sempre gentilissimi. Piazza delle erbe è illuminata come il salotto buono di casa. Il tendone che ospita la libreria e i tavolini dei bar all’aperto sono ugualmente pieni. Allontanandomi pedalando sul ponte sul Mincio mi giro verso la città ed è un gran bello spettacolo.

domenica 7 settembre 2008

LA FIGURA DELL'INVESTIGATOPRE NEL GIALLO E NEL NOIR

SERRAVALLE NOIR 2008
CONVEGNO del 28/6/2008

LA FIGURA DELL’INVESTIGATORE NEL GIALLO E NEL NOIR

Coordinatore: Giuseppe Prevìti

Introduzione di Giuseppe Prevìti

Hard boiled: Chandler e Hammet di Daniele Nepi

Con l’avvento dell’hard boiler si assiste ad un cambiamento enorme nel genere giallo e noir: la centralità della racconto non è più rappresentata dal mistero da risolvere, bensì dall’atmosfera di suspence che accompagna il lettore. Le trame sono complesse in cui importante è lo svolgimento della storia, non il finale.
L’investigatore è una persone come le altre (non un superuomo) e non ha più l’atteggiamento distaccato che riscontriamo, uno fra tutti, in Sherlock Holmes.
Hammet è il capostipite di questo genere letterario e con Chandler ambientano le sue vicende in ambienti simbolo di trasgressione, riflettendo nei personaggi le loro aspettative irrisolte.

Simenon e Maigret di Luciano Luciani

Lo stile di Simenon, che si ispira ai grandi della letteratura francese (Balzac, Zola, De Blanc) rappresenta un salto di qualità del romanzo poliziesco, che fino ad allora era considerato "volgare"-
Il metodo di indagine non è più algido, intellettualistico. Maigret si cala nell’ambiente, nell’animo della vittima, stabilendo un rapporto empatico con la sua preda, il colpevole.
Il confine tra vittima e carnefice non è mai netto.
Le ambientazioni sono più importanti della storia, le atmosfere sono borghesi, familiari, della vita urbana degli anni ’30.

De Angelis, Scerbanenco, Macchiavelli di Giacomo Aloigi

Nel 1929 nascono i Gialli Mondatori, nel 1931 il MinCulPop impone agli editori di pubblicare scrittori italiani per una percentuale stabilita, nel 1932 esce il primo romanzo di Simenon.
De Angelis: il commissario de Vincenti nasce nel 1935, agli inizi della decadenza del fascismo. Non definito fisicamente, è colto, sobrio ed elegante. Si confronta con la psicologia dei personaggi che incontra, le note psicologiche presenti nel racconto risentono dell’influenza delle teoria freudiane. Si discosta dai modelli anglosassoni.
Scerbanenco: Duca Lamberti compare nel 1966, alla fine del boom economico e alla vigilia degli eventi che prepareranno gli anni di piombo. Si tratta di un medico radiato dall’albo per eutanasia, per il quale reato ha scontato tre anni di carcere. Nelle storie si affrontano problematiche scottanti, quali tratta delle bianche, prostituzione, droga, bullismo.
La mala milanese non è più quella cantata dalla Vanoni, vittima e carnefici si contrappongono, talvolta sovrapponendosi.
Macchiavelli: Antonio Sarti arriva sulla scena nel 1974, in piani anni di piombo, a Bologna.
Scorbutico, disilluso, concreto, ossessionato dalla sua colite.
Come gli altri che lo hanno preceduto è un personaggio molto italiano, che spesso risolve i suoi casi con l’aiuto del pluripregiudicato De Rosas. Si muove sempre al limite della legalità per far rispetare la legge.

Vasquez-Montalban e Gimenez-Bartlett di Cristina Bianchi

Pepe Carvalho è uomo di transizione: storica, in quanto si muove all’interno di una società spagnola e della sua città in grande mutazione: dal franchismo alla democrazia alla trasformazione di Barcellona per le Olimpiadi del 1992; fisica, percorrere Barcellona da nord a sud è per lui rivivere nei luoghi la storia sua e della Spagna; la città è origine e fine di ogni evento della sua vita professionale e privata.
È un uomo deluso dall’ideologia, per la quale ha conosciuto il carcere, ma ribadisce con la vita e nelle parole il valore della memoria.
Petra Delicato, nome-ossimoro che ne rivela i contrasti caratteriali, racconta invece la stessa città, ma senza memoria; il suo disincanto è forse più forte e bruciante di quello di Pepe.
Femminista, dai costumi sessuali molto liberi, incarna l’immaginario femminile del post-franchismo. È una dura, che sembra venire dalla hard boiled school, ma riesce ad essere tenera con Fermin Garzon, suo grasso e pacioso aiutante; insieme rievocano Don Chisciotte e Sancho Pancha in versione moderna.
Con Petra le indagini arrivano alla soluzione del caso dopo l’inanellarsi di errori, ipotesi fallite, casualità fortunate. Il lettore scopre insieme a lei il colpevole, senza soluzioni precostituite alla Agata Christie.

Fred Vargas di Susanna Daniele

Fred Vargas è lo pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau.
Madre chimica e padre surrealista, Fred è il diminutivo di Frédérique, Vargas, è lo pseudonimo usato da sua sorella gemella, Joëlle (Jo Vargas), pittrice contemporanea che a sua volta lo ha mutuato dal cognome del personaggio interpretato da Ava Gardner nel film "La contessa scalza".
È ricercatrice di archeozoologia presso il Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche (CNRS) ed esperta in medievistica. Ha lavorato a lungo sui meccanismi di trasmissione della peste dagli animali all'uomo.
Investigatori nei romanzi della Vargas
Dal punto di vista della figura dell’investigatore i romanzi della Vargas si possono dividere in due gruppi.
Quelli che hanno come protagonisti tre storici, detti gli Evangelisti, e un ex poliziotto. Sono "Chi è morto alzi la mano" (1995 e 2002 in Italia) e "Io sono il Tenebroso" (1997 e 2003 in Italia).
Marc Vandoosler, conosciuto anche come san Marco: colf di giorno e storico medievista di notte.
Lucien Devernois, conosciuto anche come san Luca: storico, specializzato nella prima guerra mondiale.
Matthias Delamarre, conosciuto anche come san Matteo: storico, specializzato in preistoria.
Questi tre personaggi, soprannominati gli Evangelisti, vivono insieme nella stessa casa, la topaia di rue Chasle a Parigi, con Vandoosler il vecchio, zio e padrino di Marc Vandoosler.
Armand Vandoosler: ex poliziotto cacciato per corruzione, epicureo e osservatore.
Ludwig Kelweihler, conosciuto anche come Louis e anche come il Tedesco: ex poliziotto ed ex dipendente del ministero degli Interni francese con una rete nazionale di informatori. Possiede un rospo di nome Bufo che tiene in tasca.
Questi bizzarri personaggi si trovano a indagare per caso e senza alcuna tecnica particolare, se non quella del ragionamento che proviene dai loro studi storici.
Quello che colpisce di questi primi romanzi non è tanto la trama quanto la definizione dei personaggi e la ricerca della musicalità della lingua, musicalità che proveniva dal primo amore letterario dell’Autrice, Rousseau.
L’altro gruppo di romanzi ha come protagonista un’intera squadra della Brigata Criminale del XIII Arrondissement di Parigi con il commissario Jean-Baptiste Adamsberg, lo "spalatore di nuvole".
L'uomo dei cerchi azzurri è il primo della saga di Adamsberg ed è stato pubblicato in Francia nel 1991. Viene tradotto e pubblicato in Italia da Einaudi solo nel 2007 quando scoppia il caso Vargas in seguito all'uscita di Sotto i venti di Nettuno, L'uomo a rovescio e Nei boschi eterni.
In alcuni romanzi le figure degli evangelisti e di Adamsberg sono compresenti, i primi come consulenti scientifici dell’investigazione ufficiale. Si tratta di "Parti in fretta e non tornare", "Nei boschi eterni".
Analisi dei personaggi
"I miei personaggi sono gli umili, io li chiamo i trasparenti, alle prese con i nostri stessi problemi, col desiderio di giustizia, con i nostri idealismi contemporanei. Sono dei marginali, ma non dei perdenti, sanno cavarsela e districarsi. Nei miei libri non si vede che sono politicizzata, preferisco mostrare l’umanità e la disumanizzazione che incombe, questa è la mia prima preoccupazione. Credo in un’umanità singolare, senza semplificare, dove ognuno, anche un clochard, ha una grande ricchezza di estrinsecazioni."
Adamsberg è un uomo lento, riflessivo, che, alle prese con casi intricati e apparentemente irrisolvibili, sembra brancolare nel buio, finché durante una delle sue lente camminate sui lungo Senna, osservando le nuvole e il volo dei gabbiani, non ha l’intuizione che lo conduce alla soluzione del caso
Niente di più lontano dal rigore della "classica" logica dell'investigatore.
Gli fa da contraltare il suo vice, Adrien Danglard, metodico, coltissimo, iperazionalista, Ha una vita personale molto travagliata: abbandonato dalla moglie, è padre di cinque figli (due coppie di gemelli e uno non suo) e forte bevitore. Compensa le scarse attrattive fisiche con una sofisticata eleganza. Uomo dalle apparentemente inesauribili conoscenze storiche e scientifiche, è il contrappeso, quanto a logica e metodo polizieschi, all’apparente caos in cui si dibatte Adamsberg. Anche tutti gli altri membri della brigata criminale sono molto caratterizzati.
Con Adamsberg la Vargas reinventa la figura dell'investigatore. Nonostante ricordi alcuni suoi illustri predecessori, da Colombo a Maigret, investigatori che penetrano poco a poco nella psicologia del colpevole, Adamsberg è un personaggio unico, anti-razionale, flemmatico e filosofico che raggiunge il cuore dei crimini solo in virtù di una calma quasi zen che solo lui sembra possedere. Anche la sua squadra, di cui è capo carismatico e discusso al tempo stesso, talvolta aspramente, si divide in positivisti con Danglard e in spalatori di nuvole, con Adamsberg.
"Le inchieste dell’Anticrimine erano scandite dai duri scontri fra i precisi "Perché?" di Danglard e i disinvolti "Non lo so" del commissario. Nessuno cercava di capire lo spirito di quell’acerrima lotta fra perspicacia e imprecisione, ma ognuno si schierava con l’una o con l’atra mentalità. Alcuni, i positivisti, ritenevano che A. tirasse per le lunghe le inchieste, trascinandole languidamente nelle nebbie e lasciandosi alle spalle i colleghi smarriti, senza ruolino di marcia né consegne. Altri, gli spalatori di nuvole, erano dei parere che i risultati del commissario bastavano a giustificare l’andamento beccheggiante delle inchieste, sebbene sfuggisse loro il nocciolo di quel metodo" (da "Nei boschi eterni", pag. 38)
Nei romanzi che hanno Adamsberg protagonista la Vargas costruisce trame più complesse e molto originali ma quello che si ricorda a distanza di tempo sono i personaggi, anche quelli minori: hanno tutti delle peculiarità fisiche e psicologiche che ce li rendono unici. Il fatto che i personaggi siano privi di dettagli realistici li rende ancora di più intensi perché l’attenzione del lettore è catturata da altri elementi.
Trame
Le trame dei romanzi della Vargas non hanno attinenza con l’attualità. L’autrice affronta le battaglie sociali nei saggi e non nei romanzi. Basta ricordare la mobilitazione sul caso di Cesare Battisti, accusato di attività eversive e espulso dalla Francia.
Il romanzo è evasione, creazione di una realtà parallela, "in cui fuggiamo per evitare i pericoli", dice la scrittrice in un’intervista. La scrittrice cita la figura di Agatha Christie, oggi messa da parte a favore di Holmes, e come lei vuole raccontare delle storie che parlino dei pericoli e delle paure dell’uomo fin dalle origini. "Faccio un viaggio con il lettore in cui ci si confronta con gli orrori dell’umanità e lo riporto a casa sano e salvo". "Anche un finale triste può dare un insegnamento. Ecco cos’hanno in comune un romanzo noir e un mito greco: la catarsi".Sono le paure di sempre che popolano i suoi romanzi e costituiscono il movente dei crimini: quelle della morte e la conseguente ricerca dell’elisir dell’immortalità ( Nei boschi eterni), della malattia rappresentata simbolicamente nella Peste (Parti in fretta e non tornare), la paura di scoprire la parte oscura del proprio Io (Sotto i venti di Nettuno). La Vargas parla del polar come "una forma di autocoscienza" e di rappresentazione della " mitologia della letteratura contemporanea".
"Penso che la letteratura gialla, o poliziesca, sia un genere che non deve essere negletto né dimenticato. La mia idea è che si tratti di un genere arcaico, che tocca la letteratura epica dell’antichità e cose come in concetto greco di "catarsi", e l’angoscia vitale della mitologia – il Minotauro, il labirinto, ma anche il Drago, la quête medievale dei cavalieri senza paura, tutto un universo di storie in cui conta la scoperta, la risoluzione finale, dove si uccide mostro e si salva la fanciulla, oppure si trova il tesoro, cioè la conoscenza. Conoscenza che è soprattutto scoperta e cognizione del pericolo, ciò che permette di continuare a vivere, vivere in modo nuovo, rinnovato. Anche la storia della pittura funziona così, in un attraversamento dell’angoscia verso forme di vita nuova. Oggi si dice che il giallo – o il noir, appunto – è il nuovo romanzo sociale, testimonianza o riflesso della società. Il pregiudizio oggi è questo. Ma se la letteratura è da sempre testimonianza della società – insieme agli archivi, ai documenti, ai giornali ecc. – essa è soprattutto simbolica, cioè è molto più complessa. Così come non si può riassumere la complessità di Orfeo ed Euridice nel suo riassunto, non si può ridurre la complessità simbolica del romanzo poliziesco e dei suoi archetipi. Io scrivo dei romanzi a enigma, nei quali non è possibile imbrogliare, e questo è importante."*

*I virgolettati sono tratti da un’intervista di Beppe Sebaste a Fred Vargas uscita su L’Unità il 21settembre 2005

Petros Màrkaris di Vitale Mundula

Kostas Charìtos è un tipico greco medio, attaccato alla famiglia pur con un rapporto conflittuale con la moglie. Ha una buona cultura generale e nelle sue avventure si sentono gli echi delle radici antiche della civiltà ellenica.
I dizionari sono la sua fonte di ispirazione e spesso sono di supporto all’attività investigativa, che svolge in modo "classico", senza che le moderne tecnologie si sostituiscano all’intuito investigativo che è alla base del buon esito di u indagine.

Andrea Camilleri di Giovanni Capecchi

Salvo Montalbano nasce nel 1950 a Catania, ma diviene un vero e proprio mito a Vigata, commissariato di un paese dove tutti si conoscono, ma nessuno vuole sapere.
Il successo del commissario siciliano è un vero e proprio fenomeno sociologico, all’interno del quale il personaggio cresce, si evolve, storia dopo storia.
Montalbano è molto legato alla Sicilia, che non lascerebbe mai, nemmeno per amore della sua Livia. È un uomo che sta dalla parte dei più deboli, un servitore dello Stato, intuitivo, un segugio.
È però anche un tragediatore: il "teatro" che mette in scena in alcune occasioni è una finzione che spesso gli permette di scoprire una verità.

Cerca nel blog