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sabato 13 settembre 2008

Seconda e ultima puntata del diario mantovano

Mantova, 6 settembre
La giornata comincia nel Cortile della Cavallerizza, strapieno per Anne Holt, signora norvegese dalle molte vite professionali. L’intervistatore è Gianrico Carofiglio.
Giornalista televisiva specializzata sul calcio, poliziotto, avvocato, ministro della giustizia, scrittrice di sei romanzi di successo. Esordisce come autore di crime storys nel 1993 e crea due serie di polizieschi: una con protagonista Hanne Wilhelmsen e l’altra con la coppia di investigatori Inger Hohanne Vik e Yngvar Stubo. In Italia è stato pubblicato nel ‘99 Sete di giustizia da Hobby & Work e Quello che ti meriti nel 2008 da Einaudi.
Carofiglio introduce e passa subito la parola all’autrice temendo di cadere nell’errore di coloro che parlano di se stessi invece di presentare l’ospite.
Già con il primo argomento si entra nel vivo: quali sono gli schemi letterari del giallo.
La Holt dice che per semplificare la formula del giallo è ordine-caos-ordine ed è una formula in comune con la narrativa per bambini. In fondo, aggiunge, i gialli sono narrativa per adulti con le stesse caratteristiche di quella per bambini. Se da una parte la formula sembra semplice, per stupire il lettore le regole devono essere infrante.
Carofiglio chiede come è il processo di ripulitura e limatura dei romanzi, prima di consegnarli all’editore. Anne Holt dice che li fa leggere a un piccolo gruppo di lettori, alcuni professionali, come l’editor della casa editrice, altri no, sono amici. Il gruppo cambia ogni volta. Sulla base delle loro osservazioni apporta le modifiche e i tagli. In genere alleggerisce il libro di circa 150 pagine.
Carofiglio le chiede quali sono secondo lei le caratteristiche del giallo nordico.
"E’ caratterizzato da un certo realismo, da una critica della società. I personaggi non sono degli eroi ma delle persone comuni. La prima serie che ho scritto ha per protagonista una donna con seri problemi psichici. In "Quello che ti meriti" le protagoniste sono donne normali, con i problemi familiari e personali comuni a tutti. "E’ difficile parlare di quello che va bene, perché il rischio è di annoiare il lettore, mentre è molto più facile raccontare l’anormalità, la devianza."
Carofiglio chiede la differenza fra il giallo nordico e quello mediterraneo.
La Holt risponde che nell’area nordica c’è scarso umorismo. Sentimenti come la rabbia, l’emotività, il coinvolgimento sono considerati disdicevoli se espressi in pubblico. Tratta temi come la punizione, il rimorso e i giallisti nordici li hanno fatti propri. Inoltre c’è una certa tradizione epica del nord Europa nel raccontare le storie e il giallo si inserisce in questo filone. E’ una cultura differente: i paesi nordici risentono della cultura protestante.
Alla domanda se crede ci sia compatibilità fra humor e crime story la Holt risponde che c’è sicuramente ma in piccole dosi. A lei non piace la commistione fra genere poliziesco e comicità.
A seguito di una domanda rivolta a Carofiglio sui gusti dell’avvocato Guerrieri si parla dell’identificazione personaggio-autore. La Holt racconta un episodio esilarante: quando scriveva la prima serie di romanzi con protagonista una donna disturbata psichicamente le arrivò una mail in cui un lettore le comunicava che aveva preso appuntamento con una psichiatra indicando giorno e ora.
Siamo a fine e non ho voglia di chiedere il microfono e in fondo la mia non è una domanda ma una riflessione sul processo di identificazione autore-personaggio. Non mi sembra sia così negativo come gli autori lo descrivono perché è la prova che il personaggio è stato scolpito a tutto tondo ed è diventato una creatura, pur di carta, che ha acquisito una vita propria nella fantasia e nella mente dei lettori. Insomma, ci sarebbe da esserne lusingati.
Al teatro Bibbiena c’è un evento che è stato spostato e che rischia di sovrapporsi a un altro ma tant’è, sono qui per correre.
Margherita Oggero e Raffaella Romagnolo a "Donne che scrivono gialli" presentate da Massimo Cirri. Il teatro è gremitissimo e molti vengono rimandati indietro per motivi di sicurezza.
Margherita Oggero, ex insegnate, ha esordito nella narrativa nel 2002 con La collega tatuata da cui èp stato tratto il film di Davide Ferrario "Se devo essere sincera". Sono seguiti altri tre romanzi con protagonista la professoressa investigatrice Camilla Baudino. Per la Rai ha scritto i soggetti per la serie "Provaci ancora prof con Veronica Pivetti come protagonista. L’ultimo libro appena uscito è un’antologia di racconti con varie location "Il rosso attira la sguardo".
Raffaella Romagnolo lavora in una società di consulenza informatica. "L’amante di città" (2007) è il suo primo romanzo ambientato in una realtà paesana.
La prima domanda alle autrici suscita la perplessità delle due autrici. "Esiste uno specifico del giallo al femminile?"
Entrambe rispondono che no, non esistono peculiarità nella scrittura gialla al femminile. Esiste una storia bella e ben costruita e basta. Se proprio si vuole cercare qualche peculiarità può essere l’attenzione a certi particolari minuziosi che sembra insignificanti e invece trascinano le trame. In P.D. James, ad esempio, si riscontra la capacità di cogliere minuzie che gli uomini tralasciano. Facendo un discorso più ampio, continua Margherita Oggero, il racconto, l’oralità, è un tratto tipico della cultura femminile, da sempre.
Si parla piuttosto di pubblico femminile sul versante della lettura perché da sempre le donne leggono di più e in prevalenza letteratura rispetto ad altri generi.
Alcune considerazioni a latere
Ho la fortuna di incontrare Margherita Oggero il giorno dopo, sotto la tenda della Rai da cui Luca Crovi trasmette in diretta "Tutti i colori del giallo". Scambiamo qualche impressione sull’incontro al Bibbiena e ci troviamo d’accordo. "Basta parlare di gialli al femminile, non se ne può più! Era un discorso vecchio anche trent’anni fa." commenta l’ex professoressa torinese.
Neanche a farlo apposta, nell’inserto domenicale del Sole24ore del 7 c’è un articolo di Melania Mazzucco sullo stesso argomento. Riporta un episodio che dimostra come ancora alligni la percezione del genere nella scrittura, ma soltanto per quanto riguarda le donne.
"La scrittrice italiana è per tradizione contemporanea. Nel senso che esiste solo per i contemporanei." E ancora: "L’aggettivo "femminile": tanto ossequiato in società – assume in letteratura una connotazione negativa. Diventa sinonimo di evasivo, consolatorio, zuccheroso."
Anche la Mazzucco, come la Oggero, pensa che ci sia un’editoria "per signore" ma anche "per uomo", entrambe stereotipate ma nel caso della narrativa al maschile questa viene contrabbandata per narrativa di qualità. Secondo la Mazzucco ciò che determina il successo di un libro è il mercato, non il genere.
Ci sono "libri fatti in serie e libri d’artigianato" e questa, conclude l’articolo, è la vera differenza sulla quale discutere.
Lascia il teatro per catapultarmi nel giardino del museo diocesano dove ci sono Leif Persson e Lucarelli. Invece Lucarelli "per disguidi tecnici" (ma che vorrà dire? Come parlano i volontari che presentano gli eventi? Perché non si leggono prima quelle quattro rughe di presentazione?) non ci sarà. Al suo porto una signora che nessuno si premunisce di presentare intervista con molta competenza lo scrittore svedese.
Ex consulente del ministero di giustizia e dei servizi segreti svedesi, Leif Persson oggi è professore di criminologia della scuola nazionale di polizia di Stoccolma. Ha scritto otto romanzi di cui quattro tradotti da Marsilio. Nel 1978 Persson scrive il suo primo libro per far conoscere i metodi delle indagini della polizia.
Nell’ultimo libro apparso "In caduta libera" tratta il tema dell’omicidio politico più famoso della Svezia, quello di Olof Palme, ancora avvolto nel mistero. I suoi romanzi non sono soltanto indagini poliziesche ma contengono elementi noir perché indagano nelle zone oscure della società. Il suo personaggio, Lars Johansson, riapre il caso prima che cada in prescrizione. Il protagonista che indaga e l’autore, suo alter ego, non credono alle coincidenze, alle strane casualità. La documentazione dell’"investigazione più grande nella storia della polizia mondiale",diventa così materiale per un romanzo politico.
In tutti i libri di Persson c’è un personaggio spregevole, un poliziotto volgare e violento e per descriverlo l’autore cambia stile di scrittura.
In piazza Castello c’è Safran Foer intervistato da Gad Lerner. Folla strabocchevole, l’organizzazione fa entrare molte più persone di quelle che possono sedersi e rimaniamo in piedi in tanti.
L’intervista di Lerner è decisamente troppo aggressiva fin dall’anizio. Domande tendenziose,si direbbe in sede giudiziaria.
Esordisce dicendo che vuol sapere se Foer parla come scrive, cioè con le parolacce. Poi ne sottolinea l’aspetto di ragazzo modello che "assomiglia a Harry Potter", infine passa all’analisi dei personaggi, alla struttura narrativa, alla costruzione dei dialoghi. Il ragazzo ha idee chiare sul suo percorso di scrittore che avrà una continuità fra passato e ricerca di se stessi e delle proprie radici, "A metà strada fra storia e sogno, fra Primo Levi e Calvino".
Proprio a proposito della ricerca delle radici si apre un dibattito con Lerner quando gli chiede il motivo per cui a diciannove anni è partito per l’Ucraina alla ricerca delle tracce del paese del nonno e se questa ricerca abbia un senso oggi che entrambi appartengono a un paese in cui si sentono completamente integrati. "Foer risponde che non ci trova niente di eccezionale nel ricercare le proprie radici, anzi si stupisce che il suo interlocutore lo trovi strano. La sorpresa per Foer, non è stata nel ricercare il passato ma nello scriverne. Rivendica non una patria geografica ma "estetica e culturale" e prosegue "Non mi sento cittadino di nessun mondo. Le cose che mi fanno sentire a casa sono portabili: la mia famiglia e i miei libri"
Le risposte alle domande duramente provocatorie sono sempre intelligenti e profonde, quasi filosofiche.
La mia serata finisce nel cortile della cavallerizza per ascoltare Carlo Lucarelli intervistato da Piero Dorfles.
Lucarelli non ha bisogno di presentazioni per un pubblico di appassionati di polizieschi e noir e Dorfles ne ripercorre l’intera opera cominciando da quelle giovanili ambientate fra la fine della guerra e l’armistizio che hanno come protagonista il commissario De Luca. Prosegue poi analizzando la figura del serial killer trattata in un romanzo famosissimo che ha avuto anche una trasposizione cinematografica: "Almost blue" per poi arrivare alla genesi di Coliandro e alla fortuna televisiva del personaggio. Per ultimo Dorfles introduce l’ultima uscita di Lucarelli, "Ottava vibrazione". Si tratta di un giallo storico ambientato a fine ottocento, all’epoca del colonialismo italiano in Eritrea. Si tratta di un romanzo storico con una struttura gialla e per questo motivo ha destato perplessità nella critica.
Dorfles gli chiede come ha fatto a documentarsi sul periodo e Lucarelli rcconta che è stato a Massaia e che ha letto i documenti non ufficiali e i memoriali scritti dai soldati scampati alla disfatta di Adua.
"Italiani cattiva gente" dice Dorfles a proposito dei protagonisti del romanzo, con pochissime eccezioni. Lucarelli risponde che ha voluto mettere in luce il lato oscuro degli italiani del periodo. Il romanzo, aggiunge, per metà è un poliziesco perché c’è la figura di un carabiniere travestito da soldato che indaga, per metà è un noir perché rappresenta una certa realtà italiana.
L’intervento si fa interessante quando Lucarelli comincia a parlare della struttura del romanzo giallo e cita Glauser secondo cui il giallo è un "ottimo mezzo per dire cose sensate". Secondo Lucarelli il giallo è scrivere intorno a un mistero e per svelarlo devono essere messe in scena le possibili ipotesi di spiegazione dei fatti. A un lettore che gli domanda la differenza fra giallo e noir Lucarelli risponde che fino a qualche anno fa si trattava di un giallo quando rispondeva alla domanda "Chi è stato" e di un noir nel caso ci si chiedesse "Cosa sta succedendo". Ad oggi non sa rispondere perché si assiste a una commistione dei generi nello stesso autore e talvolta all’interno della stessa storia.
Mantova 7 settembre
Siamo a fine festival e l’ultimo appuntamento è con Maj Sjowall nel cortile di palazzo d’Arco. La intervista Paolo Zaccagnini.
E’ la decana del giallo svedese. Insieme al marito Per Wahloo ha scritto dieci libri dal 65 al 75 con protagonista Martin Beck e la squadra della polizia di Stoccolma. Il successo della serie superò i confini della Svezia e furono tradotti in molte lingue, alcuni della serie anche in italiano. Sellerio li sta stampando tutti. Maj Sjonwall ha continuato a scrivere a quattro mani "La donna che sembrava Greta Garbo", pubblicato da Hobby & Work e Intermezzo danese". Negli ultimi anni Maj Sjowall si è dedicata alla traduzione delle giallista Anne Holt e Gretelise Holm.
Maj Sjowall racconta come nacque la serie dei gialli a quattro mani. Lei e Per lavoravano in una società editoriale ed erano insoddisfatti di quello che si scriveva all’epoca di narrativa poliziesca. Erano tutte storie di ambientazione borghese con detective privati sul tipo di quelli creati dalla penna di Agatha Christie. Loro volevano dare un’immagine reale della società svedese dell’epoca, e volevano mettere sotto accusa la socialdemocrazia che, a loro avviso, stava tradendo la classe lavoratrice perché era un capitalismo mascherato.
Perché ha scelto una squadra di poliziotti che indaga e non uno solo?
Non è realistico che uno lavori singolarmente; l’eroe positivo è il gruppo. Il personaggio Martin Beck è stato creato dalla critica successivamente.
Perché l’ eroe è sempre così triste e disperato, con una famiglia che c’è ma è come se fosse inesistente?
Volevamo ricreare la situazione di un poliziotto che non ha una vita facile e un lavoro non allegro. E’ triste e depresso perché paga il prezzo per essere un poliziotto umano ed empatico. E’ un po’ come Maigret, che non è mai contento quando scopre il colpevole e lo deve arrestare.
Fu capito allora che i vostri erano romanzi di critica alla socialdemocrazia?
All’inizio non fu un successo, avevamo perso tanti lettori fra le signore di una certa età che erano abituate ai gialli classici. Poi acquistammo lettori fra i giovani impegnati della sinistra. Erano gli anni della guerra del Vietnam.
Come scrivevate?
Per si stava separando dalla moglie e abitava in albergo. Lasciava dei fogli bianchi su un tavolo per me per verificare se saremmo stati capaci d’inscrivere insieme. Il primo libro, Roseanne, è nato su un battello turistico che faceva un giro su un canale. Allora stavamo già insieme e vidi che sul battello c’era una bella americana sola e Per la guardava spesso. Io gli dissi "Quella la uccidiamo". A parte l’aneddoto, avevamo lo stesso bagaglio culturale e le stesse idee politiche. Abbiamo lavorato molto al primo libro perché dovevamo decidere lo stile, ma siamo partiti subito con l’idea di creare una serie pensata per un gruppo di personaggi.
Perché dovevano essere dieci libri?
Li avevamo pensati uno per ogni tipo di crimine, poi ci doveva essere l’evoluzione dei personaggi.
Da dove prendevate l’idea?
Non c’era nessuno schema fisso nelle trame. Avevamo visto un tassista e ci venne in mente di farne il protagonista de "L’uomo abominevole".
Lei è riconosciuta l’antesignana del genere poliziesco scandinavo.
S’, ma oggi la diffusione del genere è dovuta a ragioni di mercato.
Quali erano le vostre letture di riferimento?
I grandi americani come Chandler e Hammet ma anche Simenon.
Molti vostri libri sono stati trasposti in film. E’ famoso "Il poliziotto che ride" di Rosenberg con W. Mattau ambientato a San Francisco. Siete rimasti convinti di quest’operazione?
Non molto perché W. Mattau non aveva una faccia adatta la personaggio. Anche "L’uomo sul tetto" è diventato un film con sceneggiature scritte da altri.
Girello un po’ per il centro comprando dolci mantovani da portare a casa. Sotto la tenda Scintilli che Lucarelli che parla ma è talmente gremita che non ci sono neanche posti in piedi. Seguo, sempre in piedi, la trasmissione di in diretta di Fahrenheit. Si parla di scuola con Piergiorgio Odifreddi, il maestro Marco Rossi Doria e Eraldo Affinati.
L’appuntamento è per l’anno prossimo, dal 9 al 13 settembre.

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