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mercoledì 23 febbraio 2011

Letti per voi

Sabato 26 ore 17,00 presso la Biblioteca San Giorgio, Pistoia
Graziano Braschi, Lucia Bruni, Giuseppe Grattacaso presentano
Letti per voi (Romano Editore) di Giuseppe Previti

Coordina Roberta Capanni

Di fronte a questa raccolta di recensioni, la mia prima reazione è stata “ma quante sono!”, piacevolmente stupito del loro numero. Che è poi la stessa nei confronti del centravanti “che segna molto”: il dovuto rispetto, insomma, per l’alta media gol. La seconda è stata nello scoprire le connessioni tematiche via via evidenziate dal lungo “filo giallo” che in tante cordiali conversazioni l’amico riesce a tracciare sia in televisione (TVL Pistoia), sia nelle numerose presentazioni, sia sul suo blog. Le ho chiamate recensioni, ma lo stesso Previti forse preferirà chiamarle amichevoli incontri con l’autore o con i personaggi; o, infine, con la tematica che il rabdomante-critico raramente sceglie e il più delle volte scopre, magari per caso, dentro il filone carsico dell’universo giallo e noir. Perché il buon recensore un po’ rabdomante lo è. Certamente lo è Giuseppe.
Graziano Braschi (dal risvolto di copertina)

…si deve riconoscere a Giuseppe Previti il merito di aver saputo orientare il lettore, informandolo dei contenuti dei vari romanzi e racconti , senza mai dimenticare di esprimere una valutazione soggettiva, che ben lungi dal volersi ritenere insindacabile, intende suggerire possibili e diverse chiavi di lettura (dalla prefazione di Laura Vignali)

a breve, su questo blog apparirà un'intervista all'autore

lunedì 21 febbraio 2011

Lucia Bruni e il Pontormo


venerdì 25 febbraio ore 18 Melbookstore Firenze (via de' Cerretani 16/r)
presentazione del libro
Pontormo e l’acqua udorosadi Lucia Bruni
(Dario Flaccovio Editore)
Donatella Fabbri, Graziano Braschi e Giuseppe Previti colloquiano con l’autrice


Un profumo di lusso, un capanno per gli attrezzi, un vecchio cane ringhioso, una morte sospetta: disgrazia o omicidio? A Querciaio, paesino etrusco sulle colline di Firenze, l'inverno del 1899 appena cominciato è palcoscenico di un dramma che si presenta subito in tutta la sua angosciante complessità. Grazie alla tenacia della giovane contadina Esterrina, alle sue ipotesi sul fatto, al suo intuito che la porterà a sfidare la resistenza delle autorità e la perplessa cautela del curato del paese, il groviglio degli eventi sarà sciolto. La ricostruzione dell'ambiente rurale dell'epoca, il costume, i ritmi di vita quotidiana, il linguaggio parlato, l'intreccio accattivante e la ricchezza della cifra narrativa accompagnano il singolare epilogo di questa storia, al centro della quale spiccano due preziosi disegni di Pontormo.

domenica 20 febbraio 2011

Terza (e ultima parte) dell'intervento su Simenon di Alberto Eva



Con tutta la buona volontà, Gino Cervi parlava con accento troppo bolognese (ed è strano: sapeva fare di meglio. In “Hamlet”, Gran Bretagna 1948, di Laurence Olivier, era lui a doppiare il protagonista. Si vede che Peppone Bottazzi gli aveva dato alla testa), e aveva troppo l’aria dell’emiliano smagato.
Al contrario, l’aria lievemente poco furba è funzionale, allo scopo del commissario che, dopo tutto, ma parecchio, dopo, tutto, come si vedrà, è di mettere in gattabuia coloro che infrangono il patto sociale.
Sollievo ineffabile (espediente letterario; ma essendo credibile, in un contesto europeo in generale e che in particolare faccia capo ad una cultura, in senso antropologico, nonostante tutto intrisa di cattolicesimo; quindi, ben ci sta quella francese), ci risparmia il vetusto giochetto dei poliziotti buono/cattivo, che sappiamo a memoria.
Un tardo, grigio burocrate, è (appare) inoffensivo, è rilassante, invita alla confidenza… poi ti frega, ma questo è un altro conto; e non è nemmeno mai interamente vero, in Maigret che possiede qualcosa che lo rende poco comune, pur essendo un uomo comune: la “pietas”.
Più che sensazione, è quasi certezza: commissario finché volete, Maigret non crede nella Giustizia con la “G” maiuscola; men che meno, nei sistemi che questa usa per ristabilire legge e ordine.
In fondo, egli è vittima del suo stesso metodo d’indagine; o forse a tal metodo è pervenuto avendo preventivamente sfiduciato il sistema/giustizia. E’ un po’ la storia dell’uovo e della gallina...
Non a caso, considera eterno avversario il giudice Coméliau (qualcuno lo ha definito “suo nemico di classe”), incaricato di applicare una legge che Maigret giudica inadeguata, poiché cieca, incapace di comprendere che, al postutto, gli esseri umani sono spesso soltanto stupidi, o infelici.
Un metodo, peraltro, vincente. Sì, certo: le impronte digitali, la polizia scientifica…
Non pare tuttavia che Maigret si affidi molto, ad elementi del genere, così come non si appoggia interamente al sistema logico-deduttivo di marca anglosassone.
Qualcuno ha definito il commissario una sorta di psicoterapeuta…non è valutazione bislacca. Questi giunge alla verità attraverso, per così dire, un fitto intreccio di “interviste” a tutti gli “attori” presenti sulla scena/romanzo. In particolare, si sofferma sul loro prima, più che sul dopo, della “rottura dell’ordine”, ricostruisce rapporti, relazioni; sentimenti, disegna ellissi, per comprendere cosa ha spinto l’omicida ad agire. Da questo a giungere ad identificarlo, è un passo, e concludere, inesorabilmente, con la rivelazione che sì, in forma banale potrebbe dirsi che il marcio esiste ovunque, ma è considerazione generica ed a ben vedere, qualunquistica, che quindi più che di marcio dovrebbe parlarsi di vittime: per il morto di turno, ma anche per l’omicida individuato, “figlio” di una concatenazione di circostanze, casuali: rarissimo, un “suo” assassino che sarebbe pronto a reiterare un delitto del genere di quello commesso, od in fondo di qualsiasi genere, se non posto nelle medesime condizioni e forse nemmeno in quelle: è “ammaestrato” dall’esperienza vissuta. Circostanze, confermo, casuali, che pertanto non attengono ad un generico, fatal destino, cui Maigret non crede: sarebbe in qualche modo giustificazionismo, ricerca di una assoluzione a priori. Solo che non si può passare indenni attraverso un simile tritacarne di elaborazione psicologica senza provare quella “pietas” di cui si diceva, che serve a consentire al commissario di essere lui, inconsciamente, quegli che s’incarica di assolvere.
E’ la “dovuta” gratificazione che gli spetta, amara in quanto si ha contezza che “siamo tutti assassini”, dipende dalle circostanze in cui ci si viene a trovare, gratificazione consistente nel piccolo orgoglio di sentirsi onnipotente quasi quanto Quello (“Q” maiuscola, d’obbligo date le inconsce credenze, malgré lui, del commissario) che ha proclamato “La vendetta è mia”.
Non è per caso che, alcune centinaia di parole or sono, ho parlato di cultura antropologica intrisa di cattolicesimo, con qualche puntatina da “Huguenots” che nei francesi fa sempre capolino, specie se medio/alto borghesi, classe cui peraltro appartiene Simenon, più che Maigret… e qui si coglie una lieve smagliatura, in quanto l’Autore prevarica il personaggio.
Sarà forse considerando queste peculiarità, che Jean-Luc Godard, inimitabile esordiente in regia con “A bout de souffle”, Francia 1960, irrepetibile film inarco-rivoluzionario che certo non attinge al “cinéma de papà” svillaneggiato dai “Cahiérs du cinéma” cui Godard collaborava, ma nemmeno alla “critica del gusto” cui si rifacevano i “Cahiérs”, si è lanciato a stabilire l’equazione: Simenon = Dostoevskij + Balzac, altrettanto spiazzante, rispetto alla “filosofia” dei “Cahiérs”.
Godard è sicuramente un eccentrico... In effetti, nel primo Autore è forte la carica di religiosità; da “Delitto e castigo”, magnifico noir come s’intendeva una volta: il delitto visto dalla parte dell’assassino, ai “Karamazov” (consiglio una ripassatina a “La leggenda del Grande Inquisitore”), a “L’Idiota”, con un non blasfemo accostamento del principe Mishkijn a Gesù Cristo. Nel secondo, borghesi con reminiscenze ugonotte, religiosità che è la versione francese del calvinismo: la ricchezza che si possiede è dovuta alla benevolenza di un dio al quale siamo particolarmente cari, e altrimenti ci si arrangia, come “Mercadet l’affarista” in eterna attesa di Godeau che, a guisa di miracolo (! Si parla di religione, e “spuntano le corna”), del tutto inatteso in quanto personaggio inventato, finisce per giungere, al contrario del Godot (grafia diversa, pronuncia uguale) di Samuel Beckett, colmo (l’Autore) di pessimismo metafisico e radicale.
Tutto questo, nonostante la Repubblica si dichiari orgogliosamente laica (nessun crocefisso negli edifici pubblici, scuole comprese. Del resto, in Italia presente solo dal 1931…), rifacendosi ai citati “Immortali Principi dell’89”.
Da notare che di questi si trovano tracce (nonostante quel che precede) in Maigret e nel suo alter ego Simenon (chi ha detto che il personaggio debba essere forzatamente alter ego dell’Autore?).
E’ del tutto chiaro che “giustizia inadeguata”, “siamo tutti assassini”, sono concetti russoviani, parzialmente presenti in quei principi, in quanto si rifanno al mito del buon selvaggio corrotto dalla società in cui si è trovato a vivere.
Personalmente, mi dissocio da così pessimistica visione: da attento lettore di Gramsci, rifiuto di ritenere che l’uomo sia così com’è e non sia possibile una presa di coscienza; al pessimismo della ragione oppongo l’ottimismo della volontà… nonché Charles Spencer Chaplin: da “Il grande dittatore”, USA 1940, traggo “Il cammino della vita può essere libero e magnifico, ma noi lo abbiamo smarrito…”.
Parigi imbalsamata, un commissario che non crede alla giustizia, che somministra sentenze personali, che usa improbabili metodi d’indagine, difficilmente riscontrabili nella reale attività di commissari in carne ed ossa; ai quali è richiesto di coordinare le indagini su più di un caso per volta, mentre oh, a Maigret mai che questo avvenga. Tutti per benino, in bella fila, in buon ordine, uno per volta… Credibile se fosse un detective privato, al quale capita che il suo tempo sia assorbito da un solo incarico.
Conviene tuttavia annotare che si tratta di convenzione, lontana dalla realtà, comune a tutti gli investigatori istituzionali cartacei.
Unica eccezione di commissario credibile (pur se anche a lui è affidato un solo caso: quello sul quale indaga l’Autore) è costituita dal commissario Ciccio Ingravallo “comandato alla mobile”, nel “Pasticciaccio” di Gadda.
Soggetto talmente calato nel reale che “viene scritto” – scusare l’errore sintattico che, tuttavia, rende bene l’idea – da un Autore italiano che prende le distanze dalla sua lingua madre in quanto nell’inchiostro che adopera diverrebbe, in modo inesorabile – quindi, nella fattispecie, incongrua – baroccheggiante: sufficit leggere “L’Adalgisa” per averne contezza.
Possedendo in modo mirabile la medesima, l’Ingegnere per antonomasia risolve svicolando in un romanesco/abruzzese spesso inventato – chi dei presenti sa cos’è lo gnommero? Genericamente, garbuglio -, un linguaggio così artificioso che toglie ogni artificio alla storia narrata; talmente reale che, come avviene quasi sempre nella vita, manca la soluzione del giallo: il colpevole dell’omicidio non viene scoperto (una soluzione che, nel mio piccolo, ho usato anch’io, in un racconto).
Tutto male, quindi, in Simenon/Maigret?
Dico: anzi, tutto bene. Nella miglior tradizione, l’Autore scrive gialli per parlar d’altro; si fa un punto d’onore di uscire dal romanzo “di genere”, per definizione costrittivo, opprimente.
Per quanto gastronomica la si voglia giudicare, la serie di Maigret ha dignità difficilmente rintracciabile nei più celebrati classici del genere. “A cazzotto”, vengono in mente i soli Edgar Allan Poe e Wilkie Collins, essendo Gilbert Keith Chesterton ripetitivo quanto inchiodato ad un cattolicesimo anche piuttosto retrivo, tipico delle minoranze (in Inghilterra, i cattolici lo sono). Il resto, è costituito da giochetti ottimi per gli enigmisti, buoni giusto per “fornire un cadavere al lettore”, come acutamente osserva Chandler.
Una serie, quella di Maigret, che tenta l’azzardo estremo di ragionare della/sulla condizione umana. In questo quadro, Maigret funge da catalizzatore, ciò che lo costringe ad essere – specialmente considerando che si tratta di una serie, di romanzi – improbabile, nel senso indicato: perché, al fondo, quel che vale, sono i personaggi; lì e in quel momento, ma si potrebbe dire qui e ora.
Non personaggi quindi, termine che sa di finzione teatrale, gioco: non per caso, in inglese, gli attori sono “players”, quanto persone, reali, perfettamente narrate; quasi scolpite.
Una serie, ancora, che è nata quale microcosmo, che tuttavia, per accumulo di storie narrate, diviene macrocosmo; perfettamente calata nel reale.
Un rispecchiamento senza speranza, per Simenon. Ho convincimenti diversi, già espressi; ma questo attiene alle opinioni.
Un rispecchiamento che corrisponde alla nota enunciazione del citato Chandler, in “La semplice arte del delitto”: “In qualsiasi forma si sia presentata, la narrativa ha sempre teso al realismo”.
In questo quadro, largamente condivisibile – appunto, scrivere gialli per parlar d’altro -, pazienza se, per conseguire il realismo, Simenon è ricorso ad un commissario che poco attiene alla realtà; se, al contrario dell’immaginifico linguaggio di Gadda, ha fatto uso di un vocabolario di appena duemila parole (qualcuno si è dato la pena di contarle).
Ovviamente, si può non condividere l’affermazione di Chandler. Vale tuttavia la pena di osservare come, curiosamente, anch’egli costruisca i suoi romanzi imperniandoli su un protagonista, Philip Marlowe, che è calato in un contesto che rispecchia il reale del suo tempo, fotografa ancora una Los Angeles priva di grattacieli – a conferma che “As time goes by” -, ma che è completamente fuori dal mondo, come l’Autore ben sa, visto che osserva come, nella vita reale, un investigatore privato si dedichi soprattutto a frugar fra le lenzuola sporche, alla ricerca delle prove di adultèri consumati. Non bastasse, Marlowe è un omaccione dal cuore tenero pensato da un Autore che nella vita era un omarino sposato con una donna più vecchia di lui, definito da una Signorina che lo ha tradotto in italiano e lo ha conosciuto personalmente, “un omosessuale latente” nutrito di una sensibilità esasperata; e questo la dice lunga sul suo protagonista. In qualche modo, lo definisce.
Mi rendo conto di aver messo a punto un’analisi considerevolmente complessa…
Alberto EvaLa foto di Gino Cervi nei panni di Maigret è tratta dal sito www.carmillaonline.it

venerdì 18 febbraio 2011

ANCORA SU RISO NERO

Ricevo da Graziano Braschi e volentieri pubblico

Mercoledì 23.2.11 alle ore 9.50 nuovo consueto appuntamento con i miei Consigli per le letture su IdeaRadio (che si può ascoltare anche online su www.idearadio.net ), in NoveUndici con Tindari Barbera e Claudia Ungaro.
Ho recensito: IL PASSATO NON DIMENTICA di Elizabeth Speller – ed. Ponte alle Grazie; LA LETTERATURA E’ UN CORTILE di Walter Mauro – ed. G. Perrone; RISO NERO a cura di G.Braschi e Mauro Smocovich – ed. DelosBooks; L’ITALIA IN PRESA DIRETTA di Riccardo Iacona – ed. Chiarelettere.
Firmato: Mariano Sabatini

ricordo gli ultimi link (fra tanti...) che parlano di Riso nero:

http://www.wikio.it/news/Sabina+Marchesi

http://www.ugomazzotta.com/blog/files/riso_nero_a_pistoia.html

http://www.thrillermagazine.it/notizie/10575/

http://www.thrillermagazine.it/notizie/10579/

http://avideospento.splinder.com/

http://carotelevip.splinder.com/

http://calablog.splinder.com/

http://corpifreddi.blogspot.com/2010/12/intervista-graziano-braschi-e-mauro.html

http://www.sherlockmagazine.it/rubriche/4191

http://www.wipnetwork.net/2010/12/lo-spazio-giallo.html

http://www.bnotizie.net/notizie/viaggi/222748/riso-nero-giallo-pistoia.html

http://www.dasapere.it/in-evidenza/riso-nero-alla-libreria-martin-eden-fucecchio/

http://www.antenna5.tv/index.php/310709

http://messageinabook.com/2011/01/nuova-uscita-per-delos-books-3/

mercoledì 16 febbraio 2011

Simenon di Alberto Eva (seconda parte)



Su tutti, campeggia Henri Beyle, “milanese; visse, scrisse, amò. Quest’uomo adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare”. E’ la scritta, in italiano, sulla tomba milanese di Stendhal.
Angelo custode, severo controllore, anche se il reo Julien Sorel non è nemmeno parente dei colpevoli di Simenon. Forse perché il povero Julien è di estrazione proletaria; direbbe l’Autore, non è “bien-né”, e forse per questo ancor più vittima: un termine che ricorrerà ancora, nel prosieguo del testo.
Stendhal, il tipo che in due romanzi si è inventato tutto, perfino la “soggettiva” cinematografica: leggere la battaglia di Waterloo vista da Fabrizio Del Dongo in “La Certosa di Parma”…
La sua Madame de Rênal è la parente ricca e stronza della povera Emma, piccolo borghese quanto grande sognatrice innamorata dell’amore che almeno, al contrario della predetta stronza, delatrice che lancia il sasso e nasconde la mano, ha il coraggio di togliersi la vita.
Gendarme è Victor Hugo per Gillenormand, ma anche l’altra faccia della medaglia: Babet, Guelemeur, Claquesous e Montparnasse, Gavroche e Thenardièr, nonché i rincoglioniti del circolo ABC, (in francese suona abaissé, abbassato, ovvero il popolo). Positivamente, non Javer che è l’esatto contrario di Maigret. Infatti, quando si produce in umano compromesso, verso un colpevole che gli ha salvato la vita, per punirsi ricorre al suicidio.
Gendarme è anche Eugène Sue (“I misteri di Parigi”) per alcuni personaggi minori: Rodolfo di Gerolstein, in quanto superuomo in senso nicciano.
In questo materiale umano, fruga ogni giorno il commissario Maigret, alla ricerca di un responsabile, più che di un colpevole; senza le puzze sotto il naso di Gerolstein, e gli imperativi categorici del collega Javert.
Da notarsi: in quel luogo ben individuato che è Parigi (rare, le trasferte; una anche a New York); quello dei bistrot, ma anche dei boulevard belli diritti, progettati dal Barone Haussmann, quello degli alberghetti a ore, della piccola malavita, dei ladri in guanti gialli e di una corte dei miracoli che andava scomparendo.
Dei gran borghesi e dei grandi scandali. Delle notti in cui “metà Parigi fa all’amore con l’altra metà” (“Ninotska”, di Ernst Lubitsch, USA 1939).
E’ stato detto, che Maigret si pone a cavallo fra la Terza e la Quarta Repubblica, fra la Belle Epoque (per chi poteva permettersela) e le propaggini del dopoguerra seguito al secondo conflitto mondiale.
Un po’ di tempo fa, ho accennato ad una sorta di coltre che sembrava eterna, che pareva ricoprire Parigi, promettendo di ritornare sull’argomento, in quanto lo giudico essenziale.
E’ quella che si sovrappone al periodo indicato.
Un’aria sospesa, a dispetto della pur valida considerazione che, “in città”, sull’arco di quasi ottanta anni (1871 sterminio della Comune/1945 fine del secondo massacro mondiale), molti eventi si sono verificati: l’affaire Dreyfuss, le esposizioni degli impressionisti, ma “Les Demoiselles d’Avignon” di Pablo Ruiz, in arte Picasso; i taxi gialli che portano i volontari sulla Marna, a sostegno dei poilu, per difendere Parigi contro l’orda aggressiva, montante dei “sales boches”, degli unni, e si riesce perfino a sconfiggerli, il Fronte Popolare di Léon Blum e l’infamia di Vichy, la battaglia strada per strada per liberare la città dai tedeschi, prima che questi, ritirandosi, mettessero in pratica il laido ordine di un Hitler imbelvato in quanto pervaso dal senso della sconfitta imminente ed ineluttabile: bruciare tutto…
Quell’aria che si respira, oltre che nel ricordato, tardo, “L’air de Paris” di Carné, in opere anteriori dello stesso regista: segnatamente, in “Les enfants du Paradis”, forse il più bel film di sempre, oppure, a proposito di polizieschi, in “Legittima difesa” (in originale “Quai des Orfévres”) di Henri Georges Clouzot, o nei film di Jean Renoir; non a caso, regista (Francia 1932) di quello che resta il miglior film (“La nuit du carrefour”) imperniato sul personaggio di Maigret, affidato all’interpretazione di Pierre Renoir, fratello di Jean.
Il discrimine si ha con la guerra d’Algeria; la coltre si rompe; è come se la Francia, terra degli Immortali Principi perdesse la sua verginità.
L’OAS, le torture ai resistenti, la crisi della repubblica, il ritorno di De Gaulle; convinto, secondo Arletty (interprete di “Les Enfants du Paradis”, e collaborazionista, quindi col dente avvelenato) di essere un grand’uomo.
Una coltre che, in Simenon, riveste Parigi rendendola sempre simile a se stessa, che è un falso storico.
La Firenze del mio “Ve lo assicuro io” scritto nel 1971 non è nemmeno parente, di quella del 1980, anno di pubblicazione.
La Bologna dei primi “Sarti Antonio” non ha relazione con gli ultimi esiti di Loriano Macchiavelli. La Milano in cui gli indigeni ammazzano il sabato, cara a Scerbanenco, non esiste più: siamo diventati Autori “storici”, avendo prodotto testi scritti “sul tamburo”, mentre “As time goes by”, verrebbe voglia di cantare, ricordando “Casablanca” (USA 1942, regia di Michael Curtiz)
Una coltre, qui ed invece, che per intero riveste tutta la serie dei Maigret che, nel primo romanzo, steso nel 1929, ha quarantacinque anni.
Quando l’Autore si decide a mandarlo in pensione, nel 1972 (“Maigret e Monsieur Charles”), ne ha cinquantacinque.
Con qualche piccolo aggiustamento, siamo sempre in compagnia della solita Francia; niente di storico rilievo è avvenuto; c’è aria di immobilità, quasi che l’Autore si fosse preso i suoi bravi momenti di pausa, per raccontare eventi che, quando vengono stesi in forma narrativa, sono molto lontani nel tempo, immersi quindi nella coltre di cui si ragionava prima, non ancora squarciata.
Al contrario, sappiamo che Simenon era autore prolificissimo.
E’ pur vero che la produzione dei Maigret vede davvero, alcune pause.
La prima serie inizia nel 1929 e termina nel 1933; una seconda parte nel 1938 e si arresta nel 1941, e presenta esiti migliori, rispetto all’ultima, che prende il via nel 1945 e si chiude, come già detto, nel 1972.
E’ probabile che la flessione sia dovuta al fatto che Simenon aveva affrontato quest’ultima tranche essendosi preventivamente munito di un sistema di “produzione in serie” che gli consentiva (tempo medio), in sette giorni, ideazione e stesura del testo.
Quale artigiano mi sento autorizzato a sostenere che il lavoro seriale non dà mai buoni frutti; va a detrimento di stile e originalità, pur se consente una produzione massiva.
E’ all’interno di quella coltre, di quella Parigi, che ho individuato troppo “eterna”, sempre simile a se stessa e quindi falsa, ma tuttavia utero materno, liquido amniotico, a volte anche un po’ vischioso, forse “Hortus conclusus” illusorio che Jules François Amédée Maigret si muove, perfettamente a suo agio, pur se inurbato, poiché nativo di Saint Fiacre sur Matignon.
Un metro e ottanta, centodieci chili; uomo comune mangia molto e, senza eccedere, beve piuttosto spesso.
Cappello, camicia bianca, bretelle perché nella vita non si sa mai: meglio appendere che strangolare (il ventre, con la cinghia), è più sicuro.
Un piccolo borghese, di quelli che nella vita salvano sempre le chiappe.
Per risolverla in una battuta, i Verdurin non saranno mai i Guermantes: e chi l’ha capita l’ha capita. Simenon sospende il giudizio su Maigret in quanto, abbiamo visto, lo pone sospeso in un limbo atemporale, in cui il commissario vive un eterno presente che non si fronteggia, per dirne una, col dopoguerra di Sartre, con l’intero Albert Camus, da “Lo Straniero” del 1942, a “La Caduta” del 1956: perché, alla base della filosofia di Simenon, vi è il concetto che l’uomo sia di per sé immutabile; gli nega la possibilità di riscatto: e sul punto mi riservo di ritornare.
Uomo comune quindi, Maigret, se mai ce ne fu uno; dall’espressione nemmeno intelligente, anzi, bovina.
Se non fosse che ormai l’attore si identifica troppo con Don Camillo, quale protagonista di Maigret, in un film, ci avrei visto bene Fernandel.
In mancanza, il migliore (magari forse un po’ troppo cupo) resta il Jean Gabin dell’età di mezzo, quando non era più il proletario de “La grande illusion”, Francia 1937, regia di Jean Renoir e del “Fronte Popolare”, e non ancora il distinto gentiluomo degli ultimi suoi film.
(2. continua)

lunedì 14 febbraio 2011

Atti del convegno del 28,29,30 gennaio a Pistoia"A qualcuno piace giallo"


Inizia la pubblicazione delle relazioni degli scrittori che hanno partecipato al convegno. Iniziamo con Simenon visto da Alberto Eva
(L'intervento, in considerazione della lunghezza, viene diviso in tre parti)

INTERVENTO NEI PARAGGI DI GEORGES SIMENON
Alberto Eva

Simenon era belga. Secondo i francesi, i belgi sono, detto in italiano, dei tontoloni. In francese si traduce bischeracci, coglioni.
E’ mio fondato parere che la diceria derivi dal fatto che nel 1939 i carri armati del Generale Guderian assalirono dietro le spalle, sventatamente sguarnite per colpa dell’ingegnoso progettista, la Linea Maginot, che aveva tutti i cannoni puntati verso la Germania, e ci riuscirono passando attraverso il Belgio. Non furono fermati dall’indigeno esercito in quanto, secondo i caporioni del medesimo avevano la precedenza: venivano da destra…
Rafforzo allegando, da “La semplice arte del delitto” di Raymond Chandler: “C’è poi una ingegnosa trama di Agatha Christie in cui Hercule Poirot, l’ingegnoso belga che s’esprime in una lingua che ricorda certe traduzioni letterali fatte dagli scolaretti di francese, dopo aver debitamente fatto funzionare le sue “piccole cellule grigie”, decide che nessuno può aver compiuto da solo un certo delitto su un certo vagone letto, e che quindi tale delitto lo devono aver compiuto tutti insieme i passeggeri, suddividendosene la realizzazione secondo una catena di operazioni semplice come il montaggio di uno sbattiuova. Ecco una trovata garantita, una trama capace di sbaragliare le intelligenze più poderose. Soltanto un deficiente congenito, infatti, potrebbe indovinare la soluzione”. Visto che l’autrice è inglese, sarà certo involontario… ma l’inoppugnabile argomento usato non depone a favore del comprendonio dei belgi.
Ma, direbbe Totò, ogni eccezione ha la sua regola.
Aggiungo che un Autore particolarmente geniale, cioè il sottoscritto, apre un suo testo con la perentoria osservazione: “Generalizzare non è intelligente”. Si rischia infatti di buttare via l’acqua sporca insieme al bambino, verso il quale il mio interesse è nullo. Scusino, ma soffro della sindrome di Erode. Dei bambini, apprezzo solo come si fa a produrli.
Va inoltre considerato che Simenon, in Belgio, deve averci soggiornato pochino, visto che quando aveva solo 26 anni lo troviamo a bordo del cutter “Ostrogoth”, intento a scrivere il primo romanzo in cui compare il commissario Maigret, “Pietr le Letton” (in italiano, “Maigret e il Lèttone”) già intriso da ”L’air de Paris” così ben individuata, quale coltre che sembra eterna (e su questo punto mi riservo di tornare: è essenziale) stesa su quello che rimane, malgrado tutto e alla faccia di tutti, l’”ombelico del mondo”, Parigi, ventre materno (con tutte le sue contraddizioni) dell’occidente, da un tardo film di Marcel Carné – Francia/Italia 1954 – che porta quel titolo.
Un’aria che, quindi, il giovane Georges doveva conoscere bene e da tempo: certe atmosfere non s’indovinano, né si improvvisano. Penetrarle, attiene all’artista; e Simenon lo è: nemmeno tanto per gli 84 romanzi e i 18 racconti incentrati sul “suo” commissario, quanto per le sue opere non di genere (ed anche sull’uso del termine, e sulla possibile fuoriuscita dal medesimo in sé, mi riservo di ritornare). Quando, timidamente, la Mondadori iniziò a pubblicarle, negli anni ’50 se non erro, , nessuno le cacò nemmeno di striscio. Sono apprezzate ora, che vengono pubblicate da Adelphi: un “bravo” sentito, quindi, a Roberto Calasso, anche se per il mio carattere se la tira un po’ troppo… Ma è pur vero che se non le avesse pubblicate lui, che ha un largo seguito di lettori molto snob, quelle opere sarebbero cadute nel dimenticatoio, quanto dire, un autentico spreco.
Per approcciare correttamente la questione delle opere “di genere”, che ogni tanto rispunta per significare che il giallo, il noir, sono letteratura di serie B come i romanzi rosa o la produzione della “onesta gallina della letteratura italiana”, Carolina Invernizio (la definizione è di Gramsci), vale la pena di citare il seguente passo.
« Nella prefazione al primo “Omnibus of Crime”, Dorothy Sayers scrive: “(Il romanzo poliziesco) non approda e, in teoria, non approderà mai alle sublimi vette della letteratura”.
Poco più oltre spiega il perché: si tratta, dice, di “letteratura d’evasione”, e non di “letteratura d’espressione”.
Mah! Ignoro quali siano le sublimi vette della letteratura e ho il forte sospetto che lo ignorassero anche Eschilo e Shakespeare; sono comunque sicuro che lo ignori soprattutto la Signorina Sayers. Se ci fosse un poco di giustizia a questo mondo (ma non ce n’è), quanto più grandioso il tema, tanto più grandioso dovrebbe essere lo svolgimento corrispondente. Eppure su Dio sono stati scritti libri di una noia infinita, e possediamo invece volumetti veramente ottimi sull’arte di arrangiarsi senza troppa disonestà. Tutto sta nello scrittore; l’approdo dipende esclusivamente dalle sue forze”.
Ad essere sinceri, alcune sublimi vette della letteratura le conosco: “L’urlo e il furore” di Faulkner, “La Montagna Incantata” che in una nuova recentissima traduzione è divenuta “Magica”, di Thomas Mann, la “Recherche” di Proust. A simili punti apicali non mi azzardo ad accostare Simenon.
Nemmeno, tuttavia, sono disposto a rinchiuderlo nel recinto del genere, in cui certo razzolano molti onesti artigiani del giallo o del noir, e che si qualificano, e lo qualificano, ineluttabilmente di serie B. Al di là della rammentata produzione letteraria tout court di Simenon, questo non vale nemmeno per il seriale Maigret, pur se l’Autore definiva il prodotto “semi-alimentare” (giungendo secondo: l’Agatha Christie per prima, aveva definito la propria produzione “la mia fabbrica di salsicce”)
E magari di qualcosa più che di gastronomia si trattava.
Simenon ha sostenuto una volta di aver avuto rapporti sessuali con diecimila donne diverse; altra volta, con cinquemila… Quale che sia il numero, se il fatto è vero “in sé”, è in ogni caso poco credibile che sia riuscito a penetrare la guardia di una (nell’incertezza del numero, mi affido al generico) trenata di donne facendo ricorso ad arti deduttive.
Immagino sia dovuto, via via, ricorrere all’amore mercenario, ed è roba costereccia.
Il seriale Maigret non è prodotto di routine, meccanico, ripetitivo; ovvero, lo è sol per quella parte che, trattandosi appunto di un seriale, sconta il debito implicito (questo sì, di genere!), di dover ogni volta spiegare che la signora Maigret, inurbata in quanto viene dalla provincia, è “donna de casa”, direbbero in Sicilia, ottima cuoca, buona, riflessiva, giudiziosa per quel che può essere una appartenente alla piccola borghesia, non rompe.
Poi ricordarci nomi, caratteri, caratteristiche dei suoi fedelissimi, Janvier, Torrence, Lapointe, Lucas…
Tassativamente, mai lo è nelle storie narrate, sempre diverse, inconfrontabili perché sempre diversi, inconfrontabili, sono i soggetti che l’Autore muove… Salvo il fatto che essendo esseri umani, non marionette, hanno reazioni umane; quindi, spesso destinati a ripetersi.
Una girandola; una “Giostra umana”, per citare il titolo italiano di un film ad episodi che ho molto amato da ragazzo, (per gli americani “O. Henry’s Full House”, USA 1952, regia di Henry Koster, Henry Hathaway, Jean Negulesco, Howard Hawks, Henry King,) tratto da alcuni racconti, come recita il titolo originale, di O. Henry, pseudonimo di William Sidney Porter, grande novellatore la cui lettura consiglio.
Al fondo, la definizione che meglio si addice alla serie di Maigret, è però tipicamente francese: “La Comédie Humaine”di Balzac, moltiplicata per gli alto borghesi soi disant benpensanti di Guy de Maupassant.
Tener conto che quel mal assortito gruppo di viaggiatori che sta a bordo di “Stagecoach” (Diligenza), titolo originale di “Ombre Rosse”, USA 1939, regia di John Ford, è tratto da “Boule de suif” (“Palla di Sego”) di Guy de Maupassant e si svolge durante la guerra franco prussiana del 1870.
Fate le debite proporzioni… il banchiere ladro, la puttana rispettosa, l’alto borghese moglie di un ufficiale, il distinto gentiluomo, il dottore perennemente imbriago, John Wayne/Ringo, trentaduenne bello come il sole, un Cristone alto due metri e passa, col solo difetto che recita per sempre e un giorno ancora la parte di John Wayne… non vi sembrano, presi uno per uno, personaggi con i quali, volta a volta, Simenon si trova a confrontarsi?...
Aggiungere un pizzico di proletari alla Emile Zola, la povera Emma Bovary che tanto, “lo scemo di famiglia” Flaubert (secondo Sartre) ci sta sempre d’incanto.
I parte(segue)

domenica 13 febbraio 2011

La moneta del potere ha sempre tre facce (Barbera Editore)
di Mario Spezi verrà presentato alla Biblioteca San Giorgio Giovedi 17 febbraio, ore 17. Insieme all’autore sarà presente Giuseppe Previti per “Gli amici del giallo”

C’è un personaggio a Firenze che conta molto. Uno che sta dietro a tutti gli affari importanti della città. Uno che fa paura…che non si nomina neanche. Lo chiamano il Ragno perché ha una fottuta abilità nello stendere reti intricate, nel nascondersi immobile da qualche parte aspettare. Il Ragno si è annidato da qualche parte dentro al cervello del commissario Lupo Belacqua. Sconfiggerlo per lui è anche sconfiggere Firenze, la città algida, presuntuosa, che disprezza i sentimenti, che mette le sue leggi sopra tutte le altre, che anche nel delitto crede di avere privilegi.

Mario Spezi è stato per due decenni cronista giudiziario de La Nazione, occupandosi dei principali casi di cronaca, dalle Brigate rosse alla Loggia P2, dall’aereo di Ustica ai sequestri di persona, dalla morte di Calvi alla Banda della Magliana. Successivamente è stato redattore della pagina culturale.
Attualmente scrive per Il Corriere Fiorentino, edizione toscana del Corriere della Sera. Ha lavorato per il New Yorker, L’Espresso, L’Europeo, il giapponese Brutus, nonché per Rai (Chi l’ ha visto?, Notti blu) e Mediaset. Ha scritto numerosi romanzi e saggi tra cui The monster of Florence (in Italia Dolci colline di sangue, Sonzogno) che stato comprato da molti Paesi, dalla Cina alla Gran Bretagna, dalla Spagna alla Russia, dal Brasile alla Germania. George Clooney e la casa produttrice Fox 2000 ne hanno acquistato i diritti per una trasposizione cinematografica.

giovedì 3 febbraio 2011

I VENERDÌ DEL GIALLO A SERRAVALLE

Comune di Serravalle Pistoiese – Biblioteca Comunale
Amici del Giallo di Pistoia - Serravalle Noir

Presentano


I VENERDÌ DEL GIALLO


Biblioteca Eden Piazza Vittorio Veneto, Casalguidi Ore 21,00


Disquisizioni e presentazioni in tema di giallo e noir




VENERDÌ 11 FEBBRAIO 2011

Presentazione dell’antologia

“VICINI DA MORIRE” (Romano Editore)

Presenti tra gli autori Cristina Bianchi, Stefano Fiori, Giuseppe Previti, Enrico Tozzi, Laura Vignali

Interviene Susanna Daniele



VENERDÌ 18 MARZO 2011

Dal giallo comico al giallo a teatro

ANTOLOGIA “RISO NERO” (Delos Editore)

Testo teatrale “I SAGGI POSSEDERANNO LA GLORIA” di Susanna Daniele

Testo teatrale “OLIVE ASSASSINE” di Laura Vignali

Presenti le autrici

Intervengono Giuseppe Previti e Cristina Bianchi



VENERDÌ 15 APRILE 2011

“LETTI PER VOI”

con il recensore Giuseppe Previti

ed i recensiti Fabio Baldassarri, Cristina Bianchi, Susanna Daniele, Stefano Fiori, Enrico Tozzi, Laura Vignali

mercoledì 2 febbraio 2011

PROSSIMI APPUNTAMENTI

Noi dell'Associazione siamo molto contenti di come si sono svolte le tre giornate del Festival "A qualcuno piace giallo", sia per la partecipazione del pubblico, sia per il dibattito che ne è scaturito e che ci ha suggerito nuovi temi e/o approfondimenti per le prossime iniziative. Grazie ancora alle due biblioteche cittadine e all'Assessorato alla Cultura del Comune di Pistoia che si sono uniti a noi in questo progetto piuttosto impegnativo. Altre cose bollono in pentola: si avvicina marzo con il compleanno dell'Italia. Vedremo...
Intanto torniamo con i nostri consueti appuntamenti mensili.

TVL

Sabato 5 ore 23 (replica 6.2 ore 18,00):
Mario Pinzi con "Lacrime di cristallo"

Sabato 12 ore 23,00 (replica 13.2 ore18,00):
Valerio Varesi con "È solo l'inizio, commissario Soneri"

Sabato 19 ore 23,00 (replica 20.2 ore 18,00):
Mario Spezi con "La moneta del potere ha sempre tre facce"

Sabato 26 ore 23,00 (replica 27.2 ore 18,00):
Sandro Ori con "La luna negli occhi".


Presentazioni in libreria

Giovedì 10 ore 18,00 presso Melbook Firenze
Leonardo Gori e Giuseppe Previti presentano "È solo l'inizio commissario Soneri"

Venerdì 11 ore 17,30 presso Luccalibri, Lucca
Luciano Luciani presenta l'antologia "Vicini da morire". Saranno presenti alcuni autori

Venerdì 11 ore 21,00 presso Biblioteca Comunale Eden a Casalguidi (PT)
Susanna Daniele presenta "Vicini da morire". Saranno presenti alcuni autori

Sabato 12 ore 17,30 nella sala dell'Accademia medica dell'Ospedale del Ceppo di Pistoia
Giuseppe Previti e Federico Pagliai presentano "La luna negli occhi" di Sandro Ori

Giovedì 17 ore 17,00 presso Biblioteca San Giorgio, Pistoia
per la serie "I giovedì del giallo" a cura di Giuseppe Previti,
"La moneta del potere ha sempre tre facce" di e con Mario Spezi

Venerdì 18 ore 18,00 presso Melbook Firenze
Gabriele Ametrano,Graziano Braschi e Giuseppe Previti presentano "La moneta del potere ha sempre tre facce" di e con Mario Spezi

Venerdì 25 ore 18,00 presso Melbook Firenze
Graziano Braschi e Giuseppe Previti presentano "Pontormo e l'acqua udurosa" di e con Lucia Bruni

Sabato 26 ore 17,00 presso Biblioteca San Giorgio, Pistoia
Graziano Braschi, Lucia Bruni, Giuseppe Grattacaso presentano "Letti per voi" di Giuseppe Previti
Coordina Roberta Capanni.

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