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domenica 20 febbraio 2011

Terza (e ultima parte) dell'intervento su Simenon di Alberto Eva



Con tutta la buona volontà, Gino Cervi parlava con accento troppo bolognese (ed è strano: sapeva fare di meglio. In “Hamlet”, Gran Bretagna 1948, di Laurence Olivier, era lui a doppiare il protagonista. Si vede che Peppone Bottazzi gli aveva dato alla testa), e aveva troppo l’aria dell’emiliano smagato.
Al contrario, l’aria lievemente poco furba è funzionale, allo scopo del commissario che, dopo tutto, ma parecchio, dopo, tutto, come si vedrà, è di mettere in gattabuia coloro che infrangono il patto sociale.
Sollievo ineffabile (espediente letterario; ma essendo credibile, in un contesto europeo in generale e che in particolare faccia capo ad una cultura, in senso antropologico, nonostante tutto intrisa di cattolicesimo; quindi, ben ci sta quella francese), ci risparmia il vetusto giochetto dei poliziotti buono/cattivo, che sappiamo a memoria.
Un tardo, grigio burocrate, è (appare) inoffensivo, è rilassante, invita alla confidenza… poi ti frega, ma questo è un altro conto; e non è nemmeno mai interamente vero, in Maigret che possiede qualcosa che lo rende poco comune, pur essendo un uomo comune: la “pietas”.
Più che sensazione, è quasi certezza: commissario finché volete, Maigret non crede nella Giustizia con la “G” maiuscola; men che meno, nei sistemi che questa usa per ristabilire legge e ordine.
In fondo, egli è vittima del suo stesso metodo d’indagine; o forse a tal metodo è pervenuto avendo preventivamente sfiduciato il sistema/giustizia. E’ un po’ la storia dell’uovo e della gallina...
Non a caso, considera eterno avversario il giudice Coméliau (qualcuno lo ha definito “suo nemico di classe”), incaricato di applicare una legge che Maigret giudica inadeguata, poiché cieca, incapace di comprendere che, al postutto, gli esseri umani sono spesso soltanto stupidi, o infelici.
Un metodo, peraltro, vincente. Sì, certo: le impronte digitali, la polizia scientifica…
Non pare tuttavia che Maigret si affidi molto, ad elementi del genere, così come non si appoggia interamente al sistema logico-deduttivo di marca anglosassone.
Qualcuno ha definito il commissario una sorta di psicoterapeuta…non è valutazione bislacca. Questi giunge alla verità attraverso, per così dire, un fitto intreccio di “interviste” a tutti gli “attori” presenti sulla scena/romanzo. In particolare, si sofferma sul loro prima, più che sul dopo, della “rottura dell’ordine”, ricostruisce rapporti, relazioni; sentimenti, disegna ellissi, per comprendere cosa ha spinto l’omicida ad agire. Da questo a giungere ad identificarlo, è un passo, e concludere, inesorabilmente, con la rivelazione che sì, in forma banale potrebbe dirsi che il marcio esiste ovunque, ma è considerazione generica ed a ben vedere, qualunquistica, che quindi più che di marcio dovrebbe parlarsi di vittime: per il morto di turno, ma anche per l’omicida individuato, “figlio” di una concatenazione di circostanze, casuali: rarissimo, un “suo” assassino che sarebbe pronto a reiterare un delitto del genere di quello commesso, od in fondo di qualsiasi genere, se non posto nelle medesime condizioni e forse nemmeno in quelle: è “ammaestrato” dall’esperienza vissuta. Circostanze, confermo, casuali, che pertanto non attengono ad un generico, fatal destino, cui Maigret non crede: sarebbe in qualche modo giustificazionismo, ricerca di una assoluzione a priori. Solo che non si può passare indenni attraverso un simile tritacarne di elaborazione psicologica senza provare quella “pietas” di cui si diceva, che serve a consentire al commissario di essere lui, inconsciamente, quegli che s’incarica di assolvere.
E’ la “dovuta” gratificazione che gli spetta, amara in quanto si ha contezza che “siamo tutti assassini”, dipende dalle circostanze in cui ci si viene a trovare, gratificazione consistente nel piccolo orgoglio di sentirsi onnipotente quasi quanto Quello (“Q” maiuscola, d’obbligo date le inconsce credenze, malgré lui, del commissario) che ha proclamato “La vendetta è mia”.
Non è per caso che, alcune centinaia di parole or sono, ho parlato di cultura antropologica intrisa di cattolicesimo, con qualche puntatina da “Huguenots” che nei francesi fa sempre capolino, specie se medio/alto borghesi, classe cui peraltro appartiene Simenon, più che Maigret… e qui si coglie una lieve smagliatura, in quanto l’Autore prevarica il personaggio.
Sarà forse considerando queste peculiarità, che Jean-Luc Godard, inimitabile esordiente in regia con “A bout de souffle”, Francia 1960, irrepetibile film inarco-rivoluzionario che certo non attinge al “cinéma de papà” svillaneggiato dai “Cahiérs du cinéma” cui Godard collaborava, ma nemmeno alla “critica del gusto” cui si rifacevano i “Cahiérs”, si è lanciato a stabilire l’equazione: Simenon = Dostoevskij + Balzac, altrettanto spiazzante, rispetto alla “filosofia” dei “Cahiérs”.
Godard è sicuramente un eccentrico... In effetti, nel primo Autore è forte la carica di religiosità; da “Delitto e castigo”, magnifico noir come s’intendeva una volta: il delitto visto dalla parte dell’assassino, ai “Karamazov” (consiglio una ripassatina a “La leggenda del Grande Inquisitore”), a “L’Idiota”, con un non blasfemo accostamento del principe Mishkijn a Gesù Cristo. Nel secondo, borghesi con reminiscenze ugonotte, religiosità che è la versione francese del calvinismo: la ricchezza che si possiede è dovuta alla benevolenza di un dio al quale siamo particolarmente cari, e altrimenti ci si arrangia, come “Mercadet l’affarista” in eterna attesa di Godeau che, a guisa di miracolo (! Si parla di religione, e “spuntano le corna”), del tutto inatteso in quanto personaggio inventato, finisce per giungere, al contrario del Godot (grafia diversa, pronuncia uguale) di Samuel Beckett, colmo (l’Autore) di pessimismo metafisico e radicale.
Tutto questo, nonostante la Repubblica si dichiari orgogliosamente laica (nessun crocefisso negli edifici pubblici, scuole comprese. Del resto, in Italia presente solo dal 1931…), rifacendosi ai citati “Immortali Principi dell’89”.
Da notare che di questi si trovano tracce (nonostante quel che precede) in Maigret e nel suo alter ego Simenon (chi ha detto che il personaggio debba essere forzatamente alter ego dell’Autore?).
E’ del tutto chiaro che “giustizia inadeguata”, “siamo tutti assassini”, sono concetti russoviani, parzialmente presenti in quei principi, in quanto si rifanno al mito del buon selvaggio corrotto dalla società in cui si è trovato a vivere.
Personalmente, mi dissocio da così pessimistica visione: da attento lettore di Gramsci, rifiuto di ritenere che l’uomo sia così com’è e non sia possibile una presa di coscienza; al pessimismo della ragione oppongo l’ottimismo della volontà… nonché Charles Spencer Chaplin: da “Il grande dittatore”, USA 1940, traggo “Il cammino della vita può essere libero e magnifico, ma noi lo abbiamo smarrito…”.
Parigi imbalsamata, un commissario che non crede alla giustizia, che somministra sentenze personali, che usa improbabili metodi d’indagine, difficilmente riscontrabili nella reale attività di commissari in carne ed ossa; ai quali è richiesto di coordinare le indagini su più di un caso per volta, mentre oh, a Maigret mai che questo avvenga. Tutti per benino, in bella fila, in buon ordine, uno per volta… Credibile se fosse un detective privato, al quale capita che il suo tempo sia assorbito da un solo incarico.
Conviene tuttavia annotare che si tratta di convenzione, lontana dalla realtà, comune a tutti gli investigatori istituzionali cartacei.
Unica eccezione di commissario credibile (pur se anche a lui è affidato un solo caso: quello sul quale indaga l’Autore) è costituita dal commissario Ciccio Ingravallo “comandato alla mobile”, nel “Pasticciaccio” di Gadda.
Soggetto talmente calato nel reale che “viene scritto” – scusare l’errore sintattico che, tuttavia, rende bene l’idea – da un Autore italiano che prende le distanze dalla sua lingua madre in quanto nell’inchiostro che adopera diverrebbe, in modo inesorabile – quindi, nella fattispecie, incongrua – baroccheggiante: sufficit leggere “L’Adalgisa” per averne contezza.
Possedendo in modo mirabile la medesima, l’Ingegnere per antonomasia risolve svicolando in un romanesco/abruzzese spesso inventato – chi dei presenti sa cos’è lo gnommero? Genericamente, garbuglio -, un linguaggio così artificioso che toglie ogni artificio alla storia narrata; talmente reale che, come avviene quasi sempre nella vita, manca la soluzione del giallo: il colpevole dell’omicidio non viene scoperto (una soluzione che, nel mio piccolo, ho usato anch’io, in un racconto).
Tutto male, quindi, in Simenon/Maigret?
Dico: anzi, tutto bene. Nella miglior tradizione, l’Autore scrive gialli per parlar d’altro; si fa un punto d’onore di uscire dal romanzo “di genere”, per definizione costrittivo, opprimente.
Per quanto gastronomica la si voglia giudicare, la serie di Maigret ha dignità difficilmente rintracciabile nei più celebrati classici del genere. “A cazzotto”, vengono in mente i soli Edgar Allan Poe e Wilkie Collins, essendo Gilbert Keith Chesterton ripetitivo quanto inchiodato ad un cattolicesimo anche piuttosto retrivo, tipico delle minoranze (in Inghilterra, i cattolici lo sono). Il resto, è costituito da giochetti ottimi per gli enigmisti, buoni giusto per “fornire un cadavere al lettore”, come acutamente osserva Chandler.
Una serie, quella di Maigret, che tenta l’azzardo estremo di ragionare della/sulla condizione umana. In questo quadro, Maigret funge da catalizzatore, ciò che lo costringe ad essere – specialmente considerando che si tratta di una serie, di romanzi – improbabile, nel senso indicato: perché, al fondo, quel che vale, sono i personaggi; lì e in quel momento, ma si potrebbe dire qui e ora.
Non personaggi quindi, termine che sa di finzione teatrale, gioco: non per caso, in inglese, gli attori sono “players”, quanto persone, reali, perfettamente narrate; quasi scolpite.
Una serie, ancora, che è nata quale microcosmo, che tuttavia, per accumulo di storie narrate, diviene macrocosmo; perfettamente calata nel reale.
Un rispecchiamento senza speranza, per Simenon. Ho convincimenti diversi, già espressi; ma questo attiene alle opinioni.
Un rispecchiamento che corrisponde alla nota enunciazione del citato Chandler, in “La semplice arte del delitto”: “In qualsiasi forma si sia presentata, la narrativa ha sempre teso al realismo”.
In questo quadro, largamente condivisibile – appunto, scrivere gialli per parlar d’altro -, pazienza se, per conseguire il realismo, Simenon è ricorso ad un commissario che poco attiene alla realtà; se, al contrario dell’immaginifico linguaggio di Gadda, ha fatto uso di un vocabolario di appena duemila parole (qualcuno si è dato la pena di contarle).
Ovviamente, si può non condividere l’affermazione di Chandler. Vale tuttavia la pena di osservare come, curiosamente, anch’egli costruisca i suoi romanzi imperniandoli su un protagonista, Philip Marlowe, che è calato in un contesto che rispecchia il reale del suo tempo, fotografa ancora una Los Angeles priva di grattacieli – a conferma che “As time goes by” -, ma che è completamente fuori dal mondo, come l’Autore ben sa, visto che osserva come, nella vita reale, un investigatore privato si dedichi soprattutto a frugar fra le lenzuola sporche, alla ricerca delle prove di adultèri consumati. Non bastasse, Marlowe è un omaccione dal cuore tenero pensato da un Autore che nella vita era un omarino sposato con una donna più vecchia di lui, definito da una Signorina che lo ha tradotto in italiano e lo ha conosciuto personalmente, “un omosessuale latente” nutrito di una sensibilità esasperata; e questo la dice lunga sul suo protagonista. In qualche modo, lo definisce.
Mi rendo conto di aver messo a punto un’analisi considerevolmente complessa…
Alberto EvaLa foto di Gino Cervi nei panni di Maigret è tratta dal sito www.carmillaonline.it

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