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lunedì 14 febbraio 2011

Atti del convegno del 28,29,30 gennaio a Pistoia"A qualcuno piace giallo"


Inizia la pubblicazione delle relazioni degli scrittori che hanno partecipato al convegno. Iniziamo con Simenon visto da Alberto Eva
(L'intervento, in considerazione della lunghezza, viene diviso in tre parti)

INTERVENTO NEI PARAGGI DI GEORGES SIMENON
Alberto Eva

Simenon era belga. Secondo i francesi, i belgi sono, detto in italiano, dei tontoloni. In francese si traduce bischeracci, coglioni.
E’ mio fondato parere che la diceria derivi dal fatto che nel 1939 i carri armati del Generale Guderian assalirono dietro le spalle, sventatamente sguarnite per colpa dell’ingegnoso progettista, la Linea Maginot, che aveva tutti i cannoni puntati verso la Germania, e ci riuscirono passando attraverso il Belgio. Non furono fermati dall’indigeno esercito in quanto, secondo i caporioni del medesimo avevano la precedenza: venivano da destra…
Rafforzo allegando, da “La semplice arte del delitto” di Raymond Chandler: “C’è poi una ingegnosa trama di Agatha Christie in cui Hercule Poirot, l’ingegnoso belga che s’esprime in una lingua che ricorda certe traduzioni letterali fatte dagli scolaretti di francese, dopo aver debitamente fatto funzionare le sue “piccole cellule grigie”, decide che nessuno può aver compiuto da solo un certo delitto su un certo vagone letto, e che quindi tale delitto lo devono aver compiuto tutti insieme i passeggeri, suddividendosene la realizzazione secondo una catena di operazioni semplice come il montaggio di uno sbattiuova. Ecco una trovata garantita, una trama capace di sbaragliare le intelligenze più poderose. Soltanto un deficiente congenito, infatti, potrebbe indovinare la soluzione”. Visto che l’autrice è inglese, sarà certo involontario… ma l’inoppugnabile argomento usato non depone a favore del comprendonio dei belgi.
Ma, direbbe Totò, ogni eccezione ha la sua regola.
Aggiungo che un Autore particolarmente geniale, cioè il sottoscritto, apre un suo testo con la perentoria osservazione: “Generalizzare non è intelligente”. Si rischia infatti di buttare via l’acqua sporca insieme al bambino, verso il quale il mio interesse è nullo. Scusino, ma soffro della sindrome di Erode. Dei bambini, apprezzo solo come si fa a produrli.
Va inoltre considerato che Simenon, in Belgio, deve averci soggiornato pochino, visto che quando aveva solo 26 anni lo troviamo a bordo del cutter “Ostrogoth”, intento a scrivere il primo romanzo in cui compare il commissario Maigret, “Pietr le Letton” (in italiano, “Maigret e il Lèttone”) già intriso da ”L’air de Paris” così ben individuata, quale coltre che sembra eterna (e su questo punto mi riservo di tornare: è essenziale) stesa su quello che rimane, malgrado tutto e alla faccia di tutti, l’”ombelico del mondo”, Parigi, ventre materno (con tutte le sue contraddizioni) dell’occidente, da un tardo film di Marcel Carné – Francia/Italia 1954 – che porta quel titolo.
Un’aria che, quindi, il giovane Georges doveva conoscere bene e da tempo: certe atmosfere non s’indovinano, né si improvvisano. Penetrarle, attiene all’artista; e Simenon lo è: nemmeno tanto per gli 84 romanzi e i 18 racconti incentrati sul “suo” commissario, quanto per le sue opere non di genere (ed anche sull’uso del termine, e sulla possibile fuoriuscita dal medesimo in sé, mi riservo di ritornare). Quando, timidamente, la Mondadori iniziò a pubblicarle, negli anni ’50 se non erro, , nessuno le cacò nemmeno di striscio. Sono apprezzate ora, che vengono pubblicate da Adelphi: un “bravo” sentito, quindi, a Roberto Calasso, anche se per il mio carattere se la tira un po’ troppo… Ma è pur vero che se non le avesse pubblicate lui, che ha un largo seguito di lettori molto snob, quelle opere sarebbero cadute nel dimenticatoio, quanto dire, un autentico spreco.
Per approcciare correttamente la questione delle opere “di genere”, che ogni tanto rispunta per significare che il giallo, il noir, sono letteratura di serie B come i romanzi rosa o la produzione della “onesta gallina della letteratura italiana”, Carolina Invernizio (la definizione è di Gramsci), vale la pena di citare il seguente passo.
« Nella prefazione al primo “Omnibus of Crime”, Dorothy Sayers scrive: “(Il romanzo poliziesco) non approda e, in teoria, non approderà mai alle sublimi vette della letteratura”.
Poco più oltre spiega il perché: si tratta, dice, di “letteratura d’evasione”, e non di “letteratura d’espressione”.
Mah! Ignoro quali siano le sublimi vette della letteratura e ho il forte sospetto che lo ignorassero anche Eschilo e Shakespeare; sono comunque sicuro che lo ignori soprattutto la Signorina Sayers. Se ci fosse un poco di giustizia a questo mondo (ma non ce n’è), quanto più grandioso il tema, tanto più grandioso dovrebbe essere lo svolgimento corrispondente. Eppure su Dio sono stati scritti libri di una noia infinita, e possediamo invece volumetti veramente ottimi sull’arte di arrangiarsi senza troppa disonestà. Tutto sta nello scrittore; l’approdo dipende esclusivamente dalle sue forze”.
Ad essere sinceri, alcune sublimi vette della letteratura le conosco: “L’urlo e il furore” di Faulkner, “La Montagna Incantata” che in una nuova recentissima traduzione è divenuta “Magica”, di Thomas Mann, la “Recherche” di Proust. A simili punti apicali non mi azzardo ad accostare Simenon.
Nemmeno, tuttavia, sono disposto a rinchiuderlo nel recinto del genere, in cui certo razzolano molti onesti artigiani del giallo o del noir, e che si qualificano, e lo qualificano, ineluttabilmente di serie B. Al di là della rammentata produzione letteraria tout court di Simenon, questo non vale nemmeno per il seriale Maigret, pur se l’Autore definiva il prodotto “semi-alimentare” (giungendo secondo: l’Agatha Christie per prima, aveva definito la propria produzione “la mia fabbrica di salsicce”)
E magari di qualcosa più che di gastronomia si trattava.
Simenon ha sostenuto una volta di aver avuto rapporti sessuali con diecimila donne diverse; altra volta, con cinquemila… Quale che sia il numero, se il fatto è vero “in sé”, è in ogni caso poco credibile che sia riuscito a penetrare la guardia di una (nell’incertezza del numero, mi affido al generico) trenata di donne facendo ricorso ad arti deduttive.
Immagino sia dovuto, via via, ricorrere all’amore mercenario, ed è roba costereccia.
Il seriale Maigret non è prodotto di routine, meccanico, ripetitivo; ovvero, lo è sol per quella parte che, trattandosi appunto di un seriale, sconta il debito implicito (questo sì, di genere!), di dover ogni volta spiegare che la signora Maigret, inurbata in quanto viene dalla provincia, è “donna de casa”, direbbero in Sicilia, ottima cuoca, buona, riflessiva, giudiziosa per quel che può essere una appartenente alla piccola borghesia, non rompe.
Poi ricordarci nomi, caratteri, caratteristiche dei suoi fedelissimi, Janvier, Torrence, Lapointe, Lucas…
Tassativamente, mai lo è nelle storie narrate, sempre diverse, inconfrontabili perché sempre diversi, inconfrontabili, sono i soggetti che l’Autore muove… Salvo il fatto che essendo esseri umani, non marionette, hanno reazioni umane; quindi, spesso destinati a ripetersi.
Una girandola; una “Giostra umana”, per citare il titolo italiano di un film ad episodi che ho molto amato da ragazzo, (per gli americani “O. Henry’s Full House”, USA 1952, regia di Henry Koster, Henry Hathaway, Jean Negulesco, Howard Hawks, Henry King,) tratto da alcuni racconti, come recita il titolo originale, di O. Henry, pseudonimo di William Sidney Porter, grande novellatore la cui lettura consiglio.
Al fondo, la definizione che meglio si addice alla serie di Maigret, è però tipicamente francese: “La Comédie Humaine”di Balzac, moltiplicata per gli alto borghesi soi disant benpensanti di Guy de Maupassant.
Tener conto che quel mal assortito gruppo di viaggiatori che sta a bordo di “Stagecoach” (Diligenza), titolo originale di “Ombre Rosse”, USA 1939, regia di John Ford, è tratto da “Boule de suif” (“Palla di Sego”) di Guy de Maupassant e si svolge durante la guerra franco prussiana del 1870.
Fate le debite proporzioni… il banchiere ladro, la puttana rispettosa, l’alto borghese moglie di un ufficiale, il distinto gentiluomo, il dottore perennemente imbriago, John Wayne/Ringo, trentaduenne bello come il sole, un Cristone alto due metri e passa, col solo difetto che recita per sempre e un giorno ancora la parte di John Wayne… non vi sembrano, presi uno per uno, personaggi con i quali, volta a volta, Simenon si trova a confrontarsi?...
Aggiungere un pizzico di proletari alla Emile Zola, la povera Emma Bovary che tanto, “lo scemo di famiglia” Flaubert (secondo Sartre) ci sta sempre d’incanto.
I parte(segue)

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