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mercoledì 16 febbraio 2011

Simenon di Alberto Eva (seconda parte)



Su tutti, campeggia Henri Beyle, “milanese; visse, scrisse, amò. Quest’uomo adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare”. E’ la scritta, in italiano, sulla tomba milanese di Stendhal.
Angelo custode, severo controllore, anche se il reo Julien Sorel non è nemmeno parente dei colpevoli di Simenon. Forse perché il povero Julien è di estrazione proletaria; direbbe l’Autore, non è “bien-né”, e forse per questo ancor più vittima: un termine che ricorrerà ancora, nel prosieguo del testo.
Stendhal, il tipo che in due romanzi si è inventato tutto, perfino la “soggettiva” cinematografica: leggere la battaglia di Waterloo vista da Fabrizio Del Dongo in “La Certosa di Parma”…
La sua Madame de Rênal è la parente ricca e stronza della povera Emma, piccolo borghese quanto grande sognatrice innamorata dell’amore che almeno, al contrario della predetta stronza, delatrice che lancia il sasso e nasconde la mano, ha il coraggio di togliersi la vita.
Gendarme è Victor Hugo per Gillenormand, ma anche l’altra faccia della medaglia: Babet, Guelemeur, Claquesous e Montparnasse, Gavroche e Thenardièr, nonché i rincoglioniti del circolo ABC, (in francese suona abaissé, abbassato, ovvero il popolo). Positivamente, non Javer che è l’esatto contrario di Maigret. Infatti, quando si produce in umano compromesso, verso un colpevole che gli ha salvato la vita, per punirsi ricorre al suicidio.
Gendarme è anche Eugène Sue (“I misteri di Parigi”) per alcuni personaggi minori: Rodolfo di Gerolstein, in quanto superuomo in senso nicciano.
In questo materiale umano, fruga ogni giorno il commissario Maigret, alla ricerca di un responsabile, più che di un colpevole; senza le puzze sotto il naso di Gerolstein, e gli imperativi categorici del collega Javert.
Da notarsi: in quel luogo ben individuato che è Parigi (rare, le trasferte; una anche a New York); quello dei bistrot, ma anche dei boulevard belli diritti, progettati dal Barone Haussmann, quello degli alberghetti a ore, della piccola malavita, dei ladri in guanti gialli e di una corte dei miracoli che andava scomparendo.
Dei gran borghesi e dei grandi scandali. Delle notti in cui “metà Parigi fa all’amore con l’altra metà” (“Ninotska”, di Ernst Lubitsch, USA 1939).
E’ stato detto, che Maigret si pone a cavallo fra la Terza e la Quarta Repubblica, fra la Belle Epoque (per chi poteva permettersela) e le propaggini del dopoguerra seguito al secondo conflitto mondiale.
Un po’ di tempo fa, ho accennato ad una sorta di coltre che sembrava eterna, che pareva ricoprire Parigi, promettendo di ritornare sull’argomento, in quanto lo giudico essenziale.
E’ quella che si sovrappone al periodo indicato.
Un’aria sospesa, a dispetto della pur valida considerazione che, “in città”, sull’arco di quasi ottanta anni (1871 sterminio della Comune/1945 fine del secondo massacro mondiale), molti eventi si sono verificati: l’affaire Dreyfuss, le esposizioni degli impressionisti, ma “Les Demoiselles d’Avignon” di Pablo Ruiz, in arte Picasso; i taxi gialli che portano i volontari sulla Marna, a sostegno dei poilu, per difendere Parigi contro l’orda aggressiva, montante dei “sales boches”, degli unni, e si riesce perfino a sconfiggerli, il Fronte Popolare di Léon Blum e l’infamia di Vichy, la battaglia strada per strada per liberare la città dai tedeschi, prima che questi, ritirandosi, mettessero in pratica il laido ordine di un Hitler imbelvato in quanto pervaso dal senso della sconfitta imminente ed ineluttabile: bruciare tutto…
Quell’aria che si respira, oltre che nel ricordato, tardo, “L’air de Paris” di Carné, in opere anteriori dello stesso regista: segnatamente, in “Les enfants du Paradis”, forse il più bel film di sempre, oppure, a proposito di polizieschi, in “Legittima difesa” (in originale “Quai des Orfévres”) di Henri Georges Clouzot, o nei film di Jean Renoir; non a caso, regista (Francia 1932) di quello che resta il miglior film (“La nuit du carrefour”) imperniato sul personaggio di Maigret, affidato all’interpretazione di Pierre Renoir, fratello di Jean.
Il discrimine si ha con la guerra d’Algeria; la coltre si rompe; è come se la Francia, terra degli Immortali Principi perdesse la sua verginità.
L’OAS, le torture ai resistenti, la crisi della repubblica, il ritorno di De Gaulle; convinto, secondo Arletty (interprete di “Les Enfants du Paradis”, e collaborazionista, quindi col dente avvelenato) di essere un grand’uomo.
Una coltre che, in Simenon, riveste Parigi rendendola sempre simile a se stessa, che è un falso storico.
La Firenze del mio “Ve lo assicuro io” scritto nel 1971 non è nemmeno parente, di quella del 1980, anno di pubblicazione.
La Bologna dei primi “Sarti Antonio” non ha relazione con gli ultimi esiti di Loriano Macchiavelli. La Milano in cui gli indigeni ammazzano il sabato, cara a Scerbanenco, non esiste più: siamo diventati Autori “storici”, avendo prodotto testi scritti “sul tamburo”, mentre “As time goes by”, verrebbe voglia di cantare, ricordando “Casablanca” (USA 1942, regia di Michael Curtiz)
Una coltre, qui ed invece, che per intero riveste tutta la serie dei Maigret che, nel primo romanzo, steso nel 1929, ha quarantacinque anni.
Quando l’Autore si decide a mandarlo in pensione, nel 1972 (“Maigret e Monsieur Charles”), ne ha cinquantacinque.
Con qualche piccolo aggiustamento, siamo sempre in compagnia della solita Francia; niente di storico rilievo è avvenuto; c’è aria di immobilità, quasi che l’Autore si fosse preso i suoi bravi momenti di pausa, per raccontare eventi che, quando vengono stesi in forma narrativa, sono molto lontani nel tempo, immersi quindi nella coltre di cui si ragionava prima, non ancora squarciata.
Al contrario, sappiamo che Simenon era autore prolificissimo.
E’ pur vero che la produzione dei Maigret vede davvero, alcune pause.
La prima serie inizia nel 1929 e termina nel 1933; una seconda parte nel 1938 e si arresta nel 1941, e presenta esiti migliori, rispetto all’ultima, che prende il via nel 1945 e si chiude, come già detto, nel 1972.
E’ probabile che la flessione sia dovuta al fatto che Simenon aveva affrontato quest’ultima tranche essendosi preventivamente munito di un sistema di “produzione in serie” che gli consentiva (tempo medio), in sette giorni, ideazione e stesura del testo.
Quale artigiano mi sento autorizzato a sostenere che il lavoro seriale non dà mai buoni frutti; va a detrimento di stile e originalità, pur se consente una produzione massiva.
E’ all’interno di quella coltre, di quella Parigi, che ho individuato troppo “eterna”, sempre simile a se stessa e quindi falsa, ma tuttavia utero materno, liquido amniotico, a volte anche un po’ vischioso, forse “Hortus conclusus” illusorio che Jules François Amédée Maigret si muove, perfettamente a suo agio, pur se inurbato, poiché nativo di Saint Fiacre sur Matignon.
Un metro e ottanta, centodieci chili; uomo comune mangia molto e, senza eccedere, beve piuttosto spesso.
Cappello, camicia bianca, bretelle perché nella vita non si sa mai: meglio appendere che strangolare (il ventre, con la cinghia), è più sicuro.
Un piccolo borghese, di quelli che nella vita salvano sempre le chiappe.
Per risolverla in una battuta, i Verdurin non saranno mai i Guermantes: e chi l’ha capita l’ha capita. Simenon sospende il giudizio su Maigret in quanto, abbiamo visto, lo pone sospeso in un limbo atemporale, in cui il commissario vive un eterno presente che non si fronteggia, per dirne una, col dopoguerra di Sartre, con l’intero Albert Camus, da “Lo Straniero” del 1942, a “La Caduta” del 1956: perché, alla base della filosofia di Simenon, vi è il concetto che l’uomo sia di per sé immutabile; gli nega la possibilità di riscatto: e sul punto mi riservo di ritornare.
Uomo comune quindi, Maigret, se mai ce ne fu uno; dall’espressione nemmeno intelligente, anzi, bovina.
Se non fosse che ormai l’attore si identifica troppo con Don Camillo, quale protagonista di Maigret, in un film, ci avrei visto bene Fernandel.
In mancanza, il migliore (magari forse un po’ troppo cupo) resta il Jean Gabin dell’età di mezzo, quando non era più il proletario de “La grande illusion”, Francia 1937, regia di Jean Renoir e del “Fronte Popolare”, e non ancora il distinto gentiluomo degli ultimi suoi film.
(2. continua)

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