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giovedì 29 maggio 2008

INTERVISTA A EMILIANO GUCCI

D - Emiliano, con “Un’inquilina particolare” sei al tuo terzo romanzo, dopo Donne e topi e Sto da cani. Qual è il filo conduttore fra i tre romanzi, se ce n’è uno?

R – È l’approccio alla storia, qualsiasi essa sia, è il tentativo di mettermi in gioco incontrando contesti, ambienti e personaggi molto diversi tra loro, cercando di rispettarli, dargli voce, farli muovere secondo il loro carattere e le loro intenzioni. Dare voce a loro, ecco il punto, piuttosto che a me. Se c’è un filo conduttore tra i miei romanzi, ma anche i miei racconti, potrei dire che è l’idea che ho di questo mestiere, il tentativo di farlo in maniera onesta e franca, leale, senza trucchi. Raccontare storie che mi emozionano, con la speranza di emozionare.

D - Torniamo a Un’inquilina particolare. Non appartiene al genere del thriller o noir, almeno fino ad oltre la metà della storia. Se ti chiedessi una definizione?

R – Non mi preoccupo di definire, etichettare quello che scrivo, e neppure quello che leggo. Non mi interessa. Credo che spesso il genere possa diventare un vincolo, una limitazione, e non vedo perché dovrei lasciarmi inibire da una definizione. Credo che esistano primariamente libri belli e libri brutti, e basta, e anche in questa valutazione i criteri sono soggettivi. Simenon è uno dei più grandi autori del novecento, a prescindere dal colore dei suoi romanzi; in base a certi canoni “Delitto e castigo” sarebbe un giallo e Kafka scriverebbe horror, giusto per non scomodare i greci. Lasciamo perdere. Quando scrivo mi sento libero, se non altro in questo senso, e mi diverto ad attraversare i generi e i colori, smarrendone i confini.


D - Da quale idea sei partito per dar vita a questa storia che mette insieme personaggi tanto diversi?

R – Giusto da questa intenzione, quella di far convivere tra le stesse mura due persone che almeno in apparenza sono così lontane, così diverse. Volevo capire come avrebbero reagito, quello che avrebbero combinato. Giovanni è un ometto tranquillo, un impiegato di provincia abitudinario, con la sola ambizione di arrivare alla prossima domenica per guardare la partita in TV; Lù è una transessuale grande e grossa, forzuta e impulsiva, con un passato molto duro, faticoso, sofferto, fatto di illegalità, prostituzione, galera eccetera. Volevo capire se in fondo non avessero anche loro qualcosa da dirsi, spartirsi, condividere. Ne esco soddisfatto. Grazie al cielo gli esseri umani sono sempre pronti a stupirci, anche se spesso lo fanno in senso negativo.

D - All’inizio hai inserito una citazione di Luciano Bianciardi: è uno dei tuoi punti di riferimento?

R – Mi piace molto il suo lavoro, è una continua scoperta, mi incuriosisce la sua testa, il suo approccio al mondo, la sua rabbia, la sua modernità, la sua lucidità. Per usare un’espressione logora ma mai tanto appropriata: era un uomo in vantaggio sui tempi. Ai fini letterari, a livello di romanzi compiuti, forse l’unico veramente riuscito è “La vita agra”. Nessun altro libro ha quella forza, quella compiutezza. Eppure in un sacco di pensieri suoi, bozze, racconti, in certe lettere agli amici, in certi articoli di giornale, trova comunque l’occasione per piazzare una zampata che squarcia il buio, e illumina. E poi è sempre fuori posto, fuori passo, incazzato, rancoroso, e mai inquadrabile, addomesticabile, mai vendibile fino in fondo. Per me è incoraggiante, adesso, come lo è stato Bukowski quando avevo vent’anni.

D - Vorrei che parlassi delle struttura “contrappuntistica” che hai scelto per questo romanzo: metà della storia è raccontata da Giovanni, l’altra metà da Lù.

R – Prometto che è venuta da sé, scrivendo. A un certo punto ho sentito che la macchina da presa doveva saltare sull’altra spalla, raccontare le faccende attraverso gli occhi di Lù, i suoi pensieri, il suo approccio. Se nella prima parte del libro era stata lei “ospite” di un mondo altrui, degli spazi e delle dinamiche della realtà di Giovanni, nella seconda parte è lui che accetta di farsi trascinare in un altro mondo, a ritroso, nel passato e nelle beghe che stanno compromettendo il futuro di Lù.

D - Nella trama affronti fenomeni della società contemporanea che sono sotto gli occhi di tutti anche se a volte preferiamo ignorarli: la prostituzione e i trans, il precariato, la piccola criminalità e quella dei colletti bianchi. I tuoi romanzi nascono dall’osservazione della realtà?

R – Anche da questo, sicuramente. Spesso è guardandomi intorno che aggancio un’idea, una situazione, un personaggio che poi voglio scoprire e portare avanti, mettendolo su carta. Non ho nessuna intenzione di fare letteratura di denuncia, indagando sulle torbe faccende che ci accadono intorno, ma succede che i miei personaggi ci mettano il naso e tentino di accompagnarci dentro, per farci osservare con i nostri occhi. A volte è utile, specie per accendere una piccola luce su certe realtà tanto vicine e tanto degradanti e forse anche per questo emarginate, ignorate, nel tentativo di rimuoverle.

D - Musica e letteratura: una domanda per te che hai fatto parte di una band musicale. Cerchi un ritmo anche nelle pagine che scrivi?

R – Lo trovo, leggendo altri autori, lo sento nella frase e nella pagina intera, e poi nell’opera, se è fortunata e sa tenere fino alla fine. Ci provo e a tratti ho la sensazione di sentirlo anche quando scrivo, ed è veramente un piacere, così quando non nasce da sé tento di recuperarlo e imbastirlo con le stesure successive, perché so quanto aiuti la lettura, quando sia fondamentale per divertirsi e divorarsi un libro tutto d’un fiato. A volte sembra che il ritmo sia frutto di regole e passaggi ben precisi, altre volte somiglia più a una magia. Come certe canzoni che ti stregano, appunto, senza neanche darti gli elementi razionali per farti capire perché.

D - E’ appena uscito Family Day per Sperling & Kupfer, un’antologia di dodici racconti sul tema dei crimini in famiglia. Il tuo racconto, Il piatto degli altri, inizia con una storia di tradimento apparentemente banale, per poi tingersi di nero con un crescendo di drammaticità mista a terrore fino a una conclusione di un “rosa onirico”. Perché questi cambi di tonalità, se vogliamo usare una metafora musicale?

R – Perché la vita è così, per fortuna e sfortuna nostra, cambia di colore all’improvviso, e molto frequentemente, senza annunciarci prima in quale “genere” di faccende ci risveglieremo l’indomani. Questa mia storia è piena di piccoli mostri che vivono molto vicino a noi, talvolta anche dentro di noi, e vuole raccontarli, senza fare sconti. È insopportabile voltare sempre lo sguardo altrove quando la scena ci disgusta, o ci fa sentire peggiori. Preferisco affrontare la realtà per quello che è.

Susanna Daniele

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