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mercoledì 26 maggio 2010

Il romanzo giallo e noir italiano da cronaca a storia

INTERVENTO AL CONVEGNO “DOVE VA IL GIALLO?”

Firenze - Palazzo vecchio
22 maggio 2010

Il romanzo giallo e noir italiano da cronaca a storia

Nel tentativo di individuare la direzione del romanzo giallo italiano, ho scelto come chiave di lettura e di interpretazione quella categoria di romanzo che potremmo definire realista.
Per realista intendo quel romanzo giallo che ritrae la società politica e sociale del suo tempo.
La mia analisi partirà dagli anni ’60, ma prima di parlare di autori corre l’obbligo di parlare dei gialli Garzanti. La collana fu creata nel 1972 in affiancamento e non in contrapposizione a quella Mondadori. Fece un’opera meritoria di scoperta di nuovi talenti, anche stranieri. Fu un tentativo generoso quanto sfortunato (chiuse alla fine degli anni ’70) di presentare testi “diversi” rispetto a quelli, ormai ingessati, che uscivano nei gialli Mondadori Fra le scoperte Ian Fleming, creatore di James Bond, gli svedesi Sjowall e Waloo, recentemente ripubblicati. Fra gli italiani fu ripubblicato Augusto De Angelis, creatore del commissario De Vincenzi, (1888/1944).
Fu la volta anche di Scerbanenco, uno scrittore fino a quel momento noto solo per i suoi romanzi rosa.

Un Realismo regionale

Giorgio Scerbanenco è stato l’autore che per primo ha rinnovato il giallo, e non solo italiano, riportandolo nei luoghi in cui i delitti si commettono, per ragioni vere, non per “fornire un cadavere al lettore”. Non più veleni sofisticati, improbabili pesci tropicali usati quale strumento di morte, armi del delitto degne del peggior trovarobato teatrale, oppure in tradizioni lontane le mille miglia dalla cultura, in senso antropologico, del tempo, ma strumenti semplici, delitti commessi in una città riconoscibile: la Milano degli anni ’50 e ’60, con una “mala” ben individuata; non necessariamente più colpevole di piccoli borghesi “colpiti da improvviso benessere”; moderatamente trasgressivi.
Una Milano reale, per l’epoca; quella di Luciano Lutring, di Renato Vallanzasca, abbagliati dal denaro facile; della banda Cavallero.
Giorgio Scerbanenco ha raccontato un momento storico ben preciso, l’Italia degli anni ’60, il boom economico, la lotta per il benessere da parte dei ceti proletari.
“Traditori di tutti” – afferma Lucarelli – vale un volume di storia dell’Italia contemporanea”.
Ritratti borghesi e proletari; delitti originati dalla cupidigia; ma anche dalla stupidità, disagio sociale, improvvisazione, da situazioni che inghiottono i personaggi coinvolti. E’ come leggere le cronache dai quotidiani dell’epoca.
Una città già allora in trasformazione nella quale già convergono personaggi loschi in cerca di guadagno, uomini dignitosi e volenterosi, immigrati della prima generazione.
Il tutto raccontato senza pregiudizi, né ideologici né letterari, con personaggi politicamente scorretti.
Accanto allo Scerbanenco dei romanzi con protagonista Duca Lamberti, quelli più conosciuti, c’è anche il grande Scerbanenco dei racconti Milano calibro 9 e Al mare con la ragazza, quest’ultimo del 1950.
I romanzi di Scerbanenco ebbero una certa fortuna cinematografica, in un’epoca in cui le serie televisive dei polizieschi erano ancora da venire. “I milanesi ammazzano al sabato” fu trasposto da Duccio Tessari nel film “La morte risale a ieri sera” del 1970, uno dei racconti di Milano calibro 9 fu reso, mantenendo il titolo della raccolta, per il grande schermo da Fernando Di Leo nel 1972. Sempre Di Leo nel 1969 aveva girato “I ragazzi del massacro” e nello stesso anno il francese Boisset aveva realizzato “Il caso Venere privata”.
Una Milano solo diversa, ma altrettanto reale, con l’obiettivo puntato in altre direzioni, a fotografare una realtà contemporanea, è quella raccontata, nel successivo decennio da Renato Olivieri.
Della Torino che, all’inizio dei ’70, ci raccontano Fruttero e Lucentini in “La donna della domenica”, impagabile ritratto alto-borghese che ci consegna, fin dal primo capitolo, una Signora tormentata da un dubbio dilaniante: Boston si pronuncia Boston o Bàston? I suoi problemi sono apparentemente questi. Per proseguire, con esilarante ironia, ad esibire un mort’ammazzato reso tale mediante uso, quale corpo contundente, di un fallo di pietra, ed un Famoso Editore che è ritratto di Giulio Einaudi. Una Torino che non esiste più. Il romanzo diventò nel 1976 un film dal titolo omonimo per la regia di Luigi Comencini.
Altro grande “fotografo”, questa volta di Bologna, è Loriano Macchiavelli, che inizia a raccontarci l’antica Felsina ai primi anni ’70 e tuttora continua.
A proposito di Bologna cito la risposta di Macchiavelli ad una mia domanda sulla Bologna che cambia nel corso degli anni.
“La città è protagonista in tutti i romanzi e certo non è un fondale fisso ma un organismo vivo che si evolve nel tempo. Questo aspetto l’ ho ritratto nell’analisi dei rapporti umani. Via via che i romanzi più vecchi vengono ristampati, mi fa piacere quando i più giovani mi domandano se negli anni Settanta o Ottanta Bologna era davvero così. Il ritrarre la città con i suoi odori buoni e cattivi, i suoi rumori, il vissuto dei suoi abitanti è la grande lezione che viene dai grandi autori del giallo come Simenon e Chandler.”
E’ il creatore di due filoni: i gialli con protagonista Sarti Antonio, che ha compiuto trentasei anni di vita letteraria essendo nato nel 1974 con il romanzo “Le piste dell’attentato”. Nell’81 dà vita a Poli Ugo ne “L’archivista”. “Volevo trovare un’alternativa a Sarti Antonio. Secondo me doveva impersonare la rappresentazione umana della violenza a Bologna. Ha un servilismo innato nei confronti dei potenti ed è violento con i deboli. In fondo è la rappresentazione della maggior parte di noi.” C’è la serie dei gialli storici, scritti a 4 mani con Guccini, con protagonista il maresciallo Benedetto Santovito. Ricordo Macaronì, Un disco dei Platters e l’ultimo, “Tango e gli altri”, ambientato ai tempi delle lotte partigiane. Infine, non dobbiamo dimenticare la grande produzione di testi teatrali di Macchiavelli, che ha cominciato la sua carriera come attore.
Dall’epoca della contestazione agli anni di piombo, al ripiegamento degli anni ‘80 ad oggi, i mutamenti sono vistosi e i suoi romanzi danno conto più di un manuale di sociologia del mutamento di modi di pensare, costumi, stili di vita.

Scendiamo lungo la penisola e precisamente a Napoli, per parlare di Attilio Veraldi, traduttore, redattore da Feltrinelli, consulente di varie case editrici. Mario Spagnol, allora direttore della Rizzoli, a commissionargli un romanzo. Nel 76 fu pubblicata “La mazzetta”. Seguì nel “Uomo di conseguenza”, “Naso di cane” e “Il vomerese”.
Le sue storie si svolgono in un determinato luogo, Napoli alla fine degli anni ’70. Come Scerbanenco, Veraldi aveva capito che non si poteva più proporre al lettore ambientazioni e personaggi fasulli ed estranei al contesto storico che si voleva raccontare.
Le storie, quindi, dovevano essere ambientate in luoghi geograficamente circoscritti. La Napoli di Veraldi non ha nessuno degli stereotipi della tradizione partenopea, anche se illustre. E’ una città piena di cemento, triste, piovosa. L’autore ci fa un quadro delle collusioni e del malaffare che sta per diventare, proprio in quegli anni, un modus operandi nazionale.
In ogni suo romanzo ha affrontato un tema diverso. Ne “La mazzetta”la corruzione degli appalti, in “Uomo di conseguenza” l’esportazione di valuta e il traffico delle opere d’arte. “Il Vomerese” è, invece, il primo romanzo italiano sul terrorismo. Ambientato nel 1980, è una spy story che racconta le vicende di un gruppo terroristico alle prese con il sequestro del comandante della base Nato di Bagnoli. Il riferimento è agli anni di piombo e ai sequestri Moro e Dozier.
Molte le innovazioni al genere apportate da Veraldi.
In primis per aver attinto alla cronaca per creare le sue trame, prassi che è diventata comune negli autori di oggi ma che allora non lo era.
Ha creato la figura di un investigatore non istituzionale. Sasà Iovine è un trentenne che aspirerebbe a diventare un serio commercialista e nel frattempo si deve accontentare di “aggiustare” degli affari, a diventare un “ingegnere”, ovvero, nell’accezione napoletana, un professionista nell’arte di arrangiarsi.
Mentre Marlowe è in fondo l’eroe positivo che cerca la Verità e sa distingiere il mondo dei buoni da quello dei cattivi, Sasà Iovine sa che l’unica verità, amara, è la compromissione di tutti. Nessuno è innocente – sembra dirci con amabile ironia e profondo scetticismo.
Infine nel linguaggio è stato un precursore: i personaggi si esprimono in modo del tutto consono al loro ruolo e alla posizione sociale.
Il valore delle sue opere resta immutato nel tempo, va da sé che la malavita descritta nei romanzi non ha niente a che vedere con quella di oggi ma proprio per questo ha il valore di un documento storico, una foto d’archivio. Il ritratto della criminalità napoletana di oggi è quello che ne fa Saviano attraverso il suo giornalismo d’inchiesta.
Tutti gli autori citati hanno quindi in comune un aspetto: l’analisi della realtà contemporanea sotto il profilo storico-politico, economico-criminale inserita all’interno di un contenitore: una trama gialla o noir.
A questo punto, alcune considerazioni:
- si può sicuramente parlare di “realismo regionale” del giallo e del merito del giallo italiano di aver rotto ogni legame che lo legava al passato e di aver registrato, nel suo divenire, anno dopo anno, i segni dei mutamenti intervenuti in questo Paese.
- Il romanzo poliziesco non ha più quindi un ruolo consolatorio, ora svolto dalla televisione.

La “lezione” degli autori citati è stata ripresa da molti altri autori, continuando una sorta di regionalizzazione del giallo. A Bologna nasce negli anni ‘80 il Gruppo 13, con alla testa Macchiavelli, che comprendeva scrittori esordienti di talento. Ricordo Lucarelli, Fois. Il Gruppo riuscì a imporsi e a suscitare nei possibili lettori un interesse notevole.
A Milano c’è un gruppo di autori, nati negli anni 60, che in ordine sparso danno conto di una realtà metropolitana in continua trasformazione. Sono Dazieri, Biondillo, Colaprico, Vallorani, Pincketts.
Infine, e mi avvio alla conclusione, non posso non ricordare Carlotto e i suoi romanzi-inchiesta ambientati nel nordest e in Sardegna. Cito soltanto fra i più recenti “Perdas de fogu”(2009), scritto insieme al collettivo Mama Sabot. L’argomento è attualissimo e scottante: i depistaggi di politici, militari, servizi segreti per nascondere gli effetti sull’ambiente delle nano particelle a seguito degli esperimenti su prototipi di armi nella base militare vicino a Cagliari. Carlotto si è servito di atti ufficiali delle commissioni parlamentari di inchiesta e delle pubblicazioni scientifiche di docenti universitari. Infine “L’amore del bandito”(2009), con il quale torna nel suo nordest per raccontare le infiltrazioni fra la malavita locale e quella kosovara che si è impadronita del mercato degli stupefacenti. Anche per questo romanzo è partito da un fatto di cronaca: la sparizione dall’istituto di Medicina legale di Padova di 44 chilogrammi di droga pesante, evento su cui indaga in contemporanea la polizia e la criminalità organizzata.
Carlotto che in una recente intervista ha chiarito quale secondo lui è la “mission” del noir contemporaneo. “Come scrittore di genere dichiaro la mia appartenenza al noir d’inchiesta, la mia è una forma di fedeltà alla realtà, al sociale, e non solo come momento di raccolta di materiale, di documentazione che fa fede all’attualità. Il patto che stipulo con i miei lettori prevede la salvaguardia degli spunti che danno origine alla storia che poi in parte viene romanzata nei miei libri, spero che questo sia uno stimolo ad incuriosirsi, ad approfondire, un’occasione per divulgare informazione”.

Ritorniamo alla domanda di partenza: qual è la direzione che sta prendendo il giallo contemporaneo?
Se si aderisce alla tesi di Carlotto, ma anche di De Cataldo e Lucarelli, gli scrittori devono “raccontare l’Italia senza paura di sporcarsi le mani”, analizzare a fondo il rapporto fra criminalità organizzata e mondo politico, finanziario ed economico, chiedersi cosa c’è all’origine dell’illegalità, in una parola registrarne il mutamento antropologico in atto in Italia.
Pensiamo al successo di opere come “Gomorra” e “Il divo”, cartina al tornasole di una mutazione in atto. Le opere di Camilleri, Lucarelli, Carlotto, dei Wu Ming, sono diversissime fra loro ma hanno in comune l’ambizione di spiegare al lettore la complessità dei fenomeni sociali e si pongono “domande cattive che gli altri tacciono”, per dirla con Lucarelli. E il loro sforzo appare tanto più evidente in un momento in cui la letteratura non di genere si piega nel solipsismo e nell’introspezione fine a se stessa.
Ecco che, se si accetta questa lettura, il romanzo giallo/noir, compreso quello storico, può diventare il cavallo di troia per far passare indagini e inchieste affascinando il lettore con il ritmo delle storie, le trame avvincenti, la verosimiglianza dei personaggi, il linguaggio innovativo. Del resto, i semi di tutto questo si trovano già in Sciascia e Gadda.
In questo senso anche il romanzo giallo storico, e cito per tutti “Tango e gli altri” di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini, può essere fonte di riflessione per capire come eravamo e come siamo diventati.
Lo scrittore, sia ben chiaro, non fornisce risposte, non è il suo compito. Può invece sollecitare il lettore a confrontarsi con la realtà che lo circonda, di cui forse riesce ad anticipare i futuri sviluppi.

Susanna Daniele

1 commento:

lucia ha detto...

Cara Susanna,
hai fatto un bel lavoro di ricerca. E di approccio gradevole e interessante che apre le porte a una serie infinita di considerazioni sulla nostra società attuale.
Complimenti.
Lucia

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